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giovedì 5 luglio 2012

Jac e Ned 9° capitolo: Sette giorni su sette!


Spesso portavo i miei "souvenirs" jacovittiani affinché il maestro me li
autografasse. Qui, autografa il suo gioco da tavolo "La febbre dell'oro"
Non è facile tenere i ritmi di un grande maestro qual'era Jacovitti. Un artista del suo calibro aveva una concezione del tempo molto personale che faceva si che una settimana fosse composta da sette giorni, ma che questi ultimi fossero tutti feriali. Per Franco non esistevano sabati, domeniche, festivi o prefestivi. Lui lavorava sempre. Aveva esordito a 16 anni sul settimanale fiorentino “Il Brivido” e da allora, anno dopo anno, viaggiava con la stessa potenza di un treno tra vignette e nuvolette da oltre mezzo secolo, senza mai essere stanco d'alzarsi la mattina, armarsi di pennino e inchiostro e riempire fogli di salami, vermi e quant'altro gli ronzasse in testa. Di conseguenza anch'io incominciai ad abituarmi ai suoi ritmi imprevedibili. Imprevedibili perché di fatto non c'erano orari fissi in cui vedersi, tutto era casuale come il suo modo di lavorare, che non prevedeva nessuna fase preliminare come sceneggiatura o studi dei personaggi.
Una delle strisce di Max e Quinn, pubblicate dalla rivista medica "Medical Tribune". © Jacovitti
Vivevo in una pensione sul Gianicolo e spesso la domenica ci mettevamo d'accordo con alcuni amici per fare colazione al bar, fare una passeggiata per godersi un po' d'aria mattutina. Ricordo che più di una volta venni bloccato dalla telefonata di Jacovitti che mi chiedeva di raggiungerlo a casa per ritirare i disegni da inchiostrare. A volte chiamava la mattina, per incontrarci il pomeriggio. A volte la sera per prenotarmi la mattina, solitamente dopo le dieci. E quando non ci sentivamo era perché avevo tanto di quel lavoro che anche una sua telefonata rischiava di non farmi finire i disegni.
Jac in vacanza a Forte dei Marmi. 
Quando uscivo per farmi un giro in libreria, o a cena da qualche amico, al mio rientro c'era sempre qualche messaggio di Jacovitti che mi cercava. Avevo sempre delle monetine in tasca perché ogni minuto era buono per chiamarlo. Praticamente per ogni mio impegno, esterno al mondo di Jacovitti, rischiavo sempre di dare “buca”.
E poi c'era di mezzo anche la scuola del fumetto che, ormai, frequentavo saltuariamente. Del resto mettetevi nei miei panni: scuola del fumetto o “bottega da Jacovitti”? Chi preferisce la prima opzione si faccia internare all'istante.
La cover del libro "Burle e Fatti alla fiorentina" e la dedica
scritta da Jac sulla mia copia personale. © Jodice-Jacovitti
Era duro tenere questi ritmi, credetemi, però riuscivo a cavarmela. A volte dovevo inchiostrare più velocemente, di conseguenza, a lavoro finito, si poteva notare la differenza tra un disegno fatto bene e uno leggermente più tirato.

Si può dire che da quando cominciai la collaborazione con il maestro, il nostro lavoro fu principalmente dedito all'illustrazione, alla pubblicità e alle vignette. E questo, a essere sincero, mi rattristava un po' in quanto avevo conosciuto e amato l'arte di Jacovitti attraverso i suoi fumetti. Ma a parte le solite ristampe, di fumetti neanche l'ombra, tranne una piccola striscia con due personaggi, che Jacovitti realizzò per una rivista medica, "Medical Tribune" (nell'ultimo periodo non si capisce perché era richiestissimo nell'ambiente medico): Max e Quinn, le avventure di due microbi (o batteri, non l'ho mai capito) destinate a un pubblico di bambini. Il formato che usammo fu quello della striscia giornaliera all'americana.
Un'illustrazione tratta dal libro "Burle...". Non avendo il disegno originale,
 ho fatto quel che potevo con lo scanner. Comunque mi divertii molto
illustrando il libro e questo è uno dei disegni che preferisco. 
L'estate s'avvicinava e come di consuetudine Franco avrebbe passato i mesi di luglio e agosto nella sua casa a Forte dei Marmi. Prima d'andarsene, mi parlò di alcuni progetti a cui avremmo lavorato al suo rientro: un libro erotico da illustrare, il “Kamasutra Spaziale”, una probabile storia di Cocco Bill per l'editore Sergio Bonelli, ma quello più urgente, da realizzare per il suo rientro dalle ferie, riguardava delle illustrazioni per un libro scritto da suo cognato, Nino Jodice: “Burle e fatti alla fiorentina”. Naturalmente a me l'onore di realizzare il tutto: dall'ideazione alle matite fino all'inchiostrazione. Per fortuna i disegni dovevano essere in bianco e nero.
Ma dentro di me c'era il desiderio di disegnare i fumetti del maestro: volevo disegnare Cocco Bill. Incominciai a parlare a Jacovitti di un progetto che mi ronzava in mente fin dai primi mesi della nostra collaborazione: raccontare la storia di Cocco Bill, dalla sua nascita alla sua infanzia, presentare al pubblico i suoi genitori, il suo primo amore, il suo incontro con il suo fido cavallo Trottalemme, la sua passione per la camomilla. Chiesi a Franco un incontro per discutere del progetto a quattr'occhi e per vedere se potevo contare su una sua collaborazione. C'incontrammo poco prima della sua dipartita per il mare. Io ero pronto a dedicare tutto il mio tempo a questo progetto.
Sette giorni su sette.

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I testi apparsi su "Avventure di carta" sono tutti scritti da Ned (Nedeljko Bajalica) e possono essere pubblicati anche altrove, con la raccomandazione di citare la fonte e gli autori!

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