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giovedì 7 novembre 2013

I libri di Giancarlo Berardi e il buon soldato Švejk

Prologo

Un bel primo piano di Ken Parker realizzato da Milazzo in occasione della sua visita a Lecce 1991.
Da ragazzino non amavo particolarmente leggere. Giocavo a calcio e a nascondino, scambiavo le figurine Panini, guardavo Star Trek, i cartoni giapponesi; insomma mi piaceva tutto ma non i libri, che proprio non m'attiravano.
Poi scoprii i fumetti e la mia passione per il calcio e le telecronache delle partite domenicali alla radio come d'incanto svanì per sempre, tanto che ancora oggi credo di essere uno di quei pochi italiani che non seguono le partite o fanno il tifo per qualche squadra.
Dopo la mia scoperta, iniziai a leggere, leggevo fumetti e davvero parecchi: non è che semplicemente mi piacesse leggerli, più che altro il fumetto mi aveva letteralmente stregato; ma devo precisare che ero attirato dal fumetto di fattura più classica rispetto a quello che stava rivoluzionando gli anni '80. Leggevo Gordon, Phantom, Tex Willer, Mandrake, tutti quelli che oggi, ma anche venticinque anni fa, venivano considerati per vecchietti. E, se da un lato amavo leggere e disegnare fumetti, i romanzi invece continuavano a non attirarmi: ero troppo preso dai comics, mi attiravano peggio di una calamita, non pensavo ad altro. Giravo l'allora scarna città di Lecce per trovare qualche fumetto che non fosse il soliti Tex, Topolino ecc... In edicola si riuscivano a trovare degli albi di Andrea Pazienza, Vittorio Giardino, ma erano autori che ancora non m'interessavano o che non conoscevo. Ero un classicista, un sessantenne nel corpo di un quattordicenne. Anche quando vidi il primo albo di Berardi e Milazzo storsi il naso: un segno troppo immediato e quindi non m'invogliava alla lettura. Ero lontano dal concepire il fumetto come un modo per raccontare una storia attraverso le immagini. Per me i fumetti erano il disegno ben fatto, pieno di particolari e virtuosismi tecnici e via dicendo. Il mio vero problema era giudicare un fumetto solo in base al disegno. E se sei fissato con un disegno ultra definito come quello di un Hal Foster, allora un Ivo Milazzo o un Hugo Pratt ti sembrano “tirati via”.
Classico errore del principiante.

Lucca, novembre 1990

Particolare del disegno dedicato da Berardi e Milazzo a mia madre
per la sua collezione di orologi sul tema del fumetto.
Per fortuna arrivò la fiera di Lucca nel 1990. Probabilmente fu in quel magico ingresso, nel tardo pomeriggio all'inizio di novembre, sotto quei meravigliosi alberi mastodontici che formavano una galleria naturale, che ebbi la sensazione che qualcosa in me sarebbe cambiato. Appena entrato nel palazzetto dello sport mi si aprì davanti un mondo nuovo: file di stand piene di fumetti come non avevo mai visto (ricordatevi che venivo da Lecce all'inizio degli anni 90 che, più o meno, voleva dire venire da una cittadina provinciale in mezzo al deserto più assoluto) e autori del calibro di Alberto Breccia che si aggiravano per gli stand. Il megafono faceva continuamente degli annunci e io, sinceramente, ero a caccia di qualche disegno realizzato per me da parte di qualche “big author”. Il primo annuncio che sentii fu qualcosa tipo: Giancarlo Berardi firma le copie di Ken Parker allo stand della Parker Editore!”. Sia io che mio padre, che era lì con me, ci indirizzammo verso lo stand anche se non conoscevo nessuna opera di Berardi. Appena arrivati vedemmo un uomo sulla quarantina o qualcosina di più, barba curata, sguardo intelligente. Era lì chino ad autografare gli albi di Ken Parker che in quel periodo venivano ristampati dalla casa editrice Parker Editore (da lui fondata insieme all'amico e disegnatore Ivo Milazzo) e onestamente non ero ancora consapevole dell'importanza di un personaggio come Ken nella storia del fumetto italiano. Comprai i primi numeri, me li feci autografare e quella sera li lessi più o meno tutti.
Non so come spiegarvi la sensazione che provai leggendo Ken Parker. Ricordo solo che quando arrivai al n. 5, Chemako, sentivo dentro di me come qualcosa di costretto che spingeva per esplodere, una serie di emozioni ancora prigioniere, che ribollivano come un fiume in piena pronto a straripare, ma tenuto ancora a freno negli argini. Oggi posso dire che quella diga fu letteralmente distrutta dalle parole di Giancarlo Berardi. E quello era solo l'inizio del cambiamento.

Lecce, novembre 1991
Un anno dopo


G. Berardi autografa la mia collezione di Ken Parker. Lecce 1991.
In quell'edizione di Lucca, Berardi e Milazzo pubblicizzavano la mostra di Ken Parker, Il respiro e il sogno. Mio padre prese i contatti con i due autori con l'obiettivo di realizzare la stessa mostra a Lecce. Fu così che la mia famiglia e Berardi e Milazzo si avvicinarono. Il progetto della mostra di Ken a Lecce sfumò in quanto lo sponsor non voleva mettere a disposizione la cifra chiesta da i due autori.
Circa un anno dopo mio padre fu contattato da un tizio, il classico tipo dell'imprenditore ignorantello, che però aveva soldi da investire. Il tizio voleva realizzare una linea d'abbigliamento e mio padre gli propose di farla col marchio di Ken Parker. Non era una cattiva idea: la fine degli anni ottanta e l'inizio dei novanta avevano rappresentato un piccolo trionfo della moda stile country con le giacche di jeans e accessori El Charro, Sisley (non quella che conosciamo oggi), Winchester, e simili. Realizzare una linea con il logo KP, riprodurre gli splendidi acquarelli di Ivo Milazzo sulle t-shirt a mio parere (e lo dico col senno di poi, dopo aver peraltro anche maturato una certa esperienza nel settore dell'abbigliamento) poteva rivelarsi una carta se non vincente, quantomeno ricca di sorprese. Giancarlo e Ivo scesero a Lecce per parlare col tizio che, detto fra noi, neanche sapeva chi fosse Tex Willer, figuriamoci Ken Parker. In quei giorni non ero a Lecce perché frequentavo la Scuola Internazionale di Comics a Roma, ma per l'occasione i miei mi tenevano informato di tutto. A quanto pare, secondo i ricordi di mia madre, quell'incontro si concluse con un nulla di fatto: Berardi e Milazzo avevano richiesto una cifra che il tizio non si sentiva d'investire. Un vero peccato.
Un bel jeans con l'etichetta disegnata da Ivo Milazzo e con il logo KP al posto di quello Lewis sarebbe stato davvero figo. Al di là di questo, Giancarlo e Ivo con le rispettive compagne (Milazzo in realtà era sposato) passarono dei bei giorni a Lecce e io invidiavo i miei genitori che potevano passare del tempo con loro.
Mia madre ricorda ancora la passione con cui Berardi guardava la nostra bella libreria in ciliegio stracolma di libri. Sempre mia madre mi racconta che Giancarlo e mio padre si soffermarono su un libro di Jaroslav Hašek, Il buon soldato Švejk (feroce satira antimilitarista con protagonista un buffo soldato della prima guerra mondiale) che a Giancarlo piaceva tantissimo. Credo che avesse una collezione di soldati pacifisti e mio padre gli promise di inviarli una delle prime edizioni di quel libro in lingua originale.
In quei giorni, anche se a distanza, Giancarlo mi fece un bel regalo: telefonò a Corrado Mastantuono chiedendogli di potermi ospitare nel suo studio per darmi qualche dritta sulle tavole che realizzavo per la scuola. I consigli di Mastantuono devo dire che mi furono molto utili spianandomi la strada verso quella sintesi che solo un anno prima non avrei minimamente preso in considerazione.

Lecce 11 Maggio 1992
Sei mesi dopo

In quel periodo ero a Lecce intento a realizzare le tavole finali per l'esame del primo anno di scuola del fumetto. Il mio stile non era ancora ben definito e i modelli a cui mi rifacevo erano del tutto sbagliati. Il tempo, l'esperienza e soprattutto i saggi consigli delle persone giuste avrebbero in futuro posto rimedio a queste mie incongruenze artistiche da adolescente.
Erano passati circa sei mesi da quando Giancarlo e Ivo erano stati nostri ospiti a Lecce. In quel periodo era uscito il primo Maxi Tex scritto proprio da Giancarlo Berardi (Oklahoma!), definito da Sergio Bonelli nella sua introduzione al volume “Il principe del fumetto italiano”. Prima di rientrare a Roma, la mia famiglia ed io scrivemmo a Giancarlo e realizzai per lui un disegno del buon soldato Švejk da allegare alla lettera insieme alla prima edizione del libro di Hašek con le illustrazioni di Josef Lada grande illustratore boemo e primo ad aver disegnato Švejk.
Giancarlo fu felice del pensiero e di lì ad un mese ci saremmo incontrati di nuovo, questa volta nella sua Genova.

Da sinistra: Ivo Milazzo, la moglie Cristina, Mia madre (vista di spalle) e Giancarlo Berardi a Lecce nel 1991.

Genova, 26 giugno 1992
Un mese dopo

 Il buon soldato Švejk.
Finita la scuola del fumetto, i miei vennero a prendermi a Roma e tutti insieme partimmo alla volta di Genova a trovare Giancarlo Berardi.
Giancarlo aveva quarantadue anni, era (parlo al passato perché non lo vedo da circa vent'anni) un bell'uomo, barba curata, grande personalità e cultura, insomma un uomo dal fascino intellettuale.
Abitava in una bella strada rialzata, da dove si riusciva ad ammirare gran parte di Genova. Lasciammo il camper in un parcheggio sottostante e ci avviammo verso la sua abitazione.
Disegno del sottoscritto (abbiate pietà, avevo 16 anni) in omaggio a G. Berardi.
Quella di Berardi era una casa aristocratica, molto bella e arredata con gusto. Mi colpirono subito le grandi librerie che occupavano gran parte delle pareti. In un primo momento ci accomodammo tutti nel soggiorno dove faceva bella mostra di sé, da poco dato alle stampe, un Ken Parker in edizione francese nel classico volume cartonato con tavole a quattro strisce. Giancarlo ci disse che insieme ad Ivo si era deciso di far iniziare l'edizione francese delle avventure di Ken dalla quarta storia in ordine cronologico, Omicidio a Washington. Poi mi omaggiò di una copia del volume.
Se ben ricordo era da poco ritornato da un viaggio negli USA e sfilò davanti a noi con un bel cappello Stetson originale (per chi non lo sapesse, uno Stetson è il classico cappello da cowboy che prende il nome dal suo creatore, John Stetson) e con, nientemeno che, un bel Kentucky, il lungo fucile arma prediletta da Ken Parker. Subito dopo Giancarlo ci fece accomodare nel suo studio, il luogo in cui partoriva tutte le storie del suo personaggio più noto. Aveva da poco acquistato un computer (eravamo nel 1992, quindi agli occhi contemporanei sarebbe stato un pc abbastanza jurassico), ma in realtà quella macchina scompariva accanto alle migliaia di volumi che riempivano la sua libreria. Ero già stato in varie librerie e biblioteche ma quella fu la prima volta che venni attratto dai libri. La biblioteca di Berardi era sistemata in maniera precisa e ordinata, con le coste di vari colori che risaltavano meravigliosamente su quei ripiani color legno scuro che sembravano quasi accudire il prezioso materiale contenuto. Ma tutti quei volumi di vari spessori e dimensioni erano la conferma dell'amore che Giancarlo nutriva per la carta stampata; li amava con tutto se stesso, ne parlava in maniera profonda e passionale, con quella carica emozionale tipica di chi scrive vivendo e dando le stesse forti emozioni. Mi parlava di scrittori come Jim Thompson, Raymond Chandler, Ambrose Bierce, Nell Kimball, ma anche di arte, citandomi illustratori che assolutamente non conoscevo. Grazie a Berardi conobbi quelli che oggi sono due tra i miei illustratori preferiti: Norman Rockwell e Lizbeth Zwerger. Giancarlo li adorava. Mi fece notare come il barbone compagno di ventura di Ken nello splendido (KP n. 15) fosse ripreso da uno dei barboni illustrati da Rockwell per le sue cover del Saturday Evening Post e aggiunse in tono ironico ma allo stesso tempo a mo' di ammonizione: “Quando io scrivo sulla sceneggiatura che “tizio” deve assomigliare a uno dei personaggi dipinti da Rockwell o da Rackham e tu mi dici di non conoscerli... beh tu con me non lavori di certo!”.

"Oklahoma", primo dei maxi Tex scritto da G.Berardi. 
Gli brillavano gli occhi mentre sfogliava i suoi volumoni di Norman Rockwell e si divertiva a spiegarmi come Milo Manara avesse ripreso il panneggio a uncino di Lizbeth Zwerger; mi fece vedere le illustrazioni di Roberto Innocenti spiegandomi come l'artista fosse stato rifiutato in Italia e accolto in Inghilterra (un classico del nostro amato bel paese, farsi scappare i grandi artisti) e ancora continuava a parlarmi di artisti anche non famosi; ad esempio ricordo che tirò fuori un volumone di un pittore che per tutta la sua vita aveva dipinto unicamente la donna che amava.
Credetemi, era bellissimo vedere Giancarlo tirare fuori dalla biblioteca i suoi libri d'arte. Li afferrava con tutt'e due le mani, estraendoli con grande cura, li poggiava sulla scrivania e incominciava a svogliarli delicatamente; la cosa che mi stupiva era il pensiero delle innumerevoli volte in cui con la stessa emozione aveva già sfogliato il volume.
Passammo ai fumetti e fu in quel momento che Giancarlo mi fece conoscere Alex Toth. Prese un suo albo in lingua inglese e mi disse: “Questo per me è il più grande disegnatore del mondo!”, aprì l'albo e soffermandosi su alcuni primi piani continuò: “Guarda che espressività, guarda il personaggio, parla solo con lo sguardo...”. Toth diverrà anche il mio artista preferito.
Berardi mentre osserva i miei disegni. 
Berardi mi parlò anche del suo disegnatore umoristico prediletto, quel Dick Brown creatore di Hagar, di cui mi fece vedere un libro con delle bellissime illustrazioni dell'artista americano.
Gli chiesi di Milazzo, come lo collocasse in una sua personale “classifica” di artisti prediletti.“Ivo è uno dei due o tre migliori disegnatori al mondo!” rispose e la loro sintonia artistica era visibilissima già nella nuova storia di Ken Parker, Silenzio Bianco, in cui i due autori, dopo gli ultimi capolavori come Un principe per Norma, Dove muoiono i Titani e Un alito di ghiaccio continuavano il loro splendido connubio artistico.
Giancarlo approfittò dell'occasione per darmi qualche lezione di sceneggiatura e prese proprio quella scritta per Silenzio Bianco aprendo contemporaneamente il primo numero di KP Magazine dove la storia venne pubblicata. Incominciò a spiegarmi il suo modo di usare parole e frasi finalizzati a dare la giusta idea a Milazzo che poi l'avrebbe trasformata in immagine nella tavola definitiva. La prima tavola di Silenzio Bianco mostrava una ballerina che si esibiva in un tipico palco da saloon con una scenografia in cui erano disegnati dei cigni. Sullo sfondo Giancarlo aveva messo le note di una nota sinfonia e mi chiese se ero in grado d'immaginare quale fosse. Onestamente a diciassette anni non potevo ancora vantare un significativo bagaglio culturale, figuriamoci se si trattava poi di musica classica; in quel caso fu mio padre a rispondere, dicendo che si trattava sicuramente della musica di Čajkovskij per Il lago dei cigni, uno dei più famosi e acclamati balletti del XIX secolo.
Il sottoscritto e Berardi nello studio di quest'ultimo.
Una bella lezione di racconto per immagini.
Come ho detto precedentemente, Giancarlo aveva da poco scritto una storia per Tex, Oklahoma! disegnata da Guglielmo Letteri. Berardi non era per niente soddisfatto del risultato artistico (francamente lontano anni luce da quello che avrebbe potuto fare Ivo Milazzo), mi spiegò che lui era solito inviare insieme alla sceneggiatura dei layout (realizzati dal suo fidato collaboratore Maurizio Mantero) e che aveva fatto lo stesso con Letteri, il quale però, ci fece notare, non aveva per niente rispettato alcune sue indicazioni. Naturalmente Berardi era consapevole del fatto che Letteri era, in ordine cronologico dopo Aurelio Galleppini, il secondo artista di Tex per anzianità di servizio e, presumibilmente, gli venivano concesse licenze che un artista alla sua prima esperienza con Tex poteva sognarsi. A Giancarlo non bastava scrivere la sceneggiatura di una storia, voleva esserne anche il regista, colui che aveva la prima e l'ultima parola su tutto.
Visionò i miei disegni e quello che gli piaceva di più erano i bozzetti. Ero nella fase disegno ultra particolareggiato che Giancarlo non prediligeva particolarmente e cercò di farmelo capire mostrandomi altri fumetti di Toth (andava pazzo per i suoi disegni). Notò che le mie tavole mancavano di documentazione e ricerca. Ricordo che si soffermò sul dettaglio di una pipa e mi disse che anche gli oggetti all'apparenza più semplici, anche se stilizzati nel disegno, dovevano provenire da una fonte reale, ben documentata: “Puoi anche disegnarla con due semplici tratti ma devi documentarti. È molto importante.” E allora la sua passione per i libri lo travolse nuovamente e incominciò a tirar fuori libri iconografici su qualsiasi argomento. Mi ricordo che ne tirò fuori uno sui treni d'epoca e mio padre gli confidò che, se interessato, poteva passargli qualche suo bel libro sui treni. Ma Giancarlo rispose sorridendo: “Li ho, li ho... ho anche dei libri sui rapinatori di treni!”.
Francamente mi chiedevo cosa non potesse avere in quelle splendide librerie, che facevano della sua abitazione una vera e propria bilblioteca.
Lasciammo tutti insieme quel suo mondo di parole e carta stampata e ci incamminammo verso il centro di Genova dove nel frattempo ci raggiunse la sua compagna, Daniela. Arrivati in una delle piazze rimasi colpito da alcune facciate dei vecchi palazzi, dai colori, dai colonnati, insomma dall'architettura in genere. Giancarlo ci vide meravigliati e alla fine ci confidò che i vari colonnati, le balconate con le colonnine e tutto quello che adornava la facciata del palazzo era dipinto e che per un'illusione ottica ci sembrava reale. Era davvero incredibile. Passeggiammo ancora un po' e alla fine andammo a cena in un ristorantino davvero niente male, molto alla buona e continuammo a parlare. Gli chiesi se c'era un suo collega, uno sceneggiatore che stimava e che gli piaceva. Mi confidò che ammirava molto Gino D'Antonio e la sua Storia del west. Poi parlammo di libri e gli dissi che stavo leggendo Il silenzio degli Innocenti di Thomas Harris e lui esclamò: “Bellissimo!”. Giancarlo era un appassionato di giallo e thriller, generi su cui aveva realizzato la sua tesi di laurea e che gli sarebbero tornati utili in futuro per il personaggio di Julia.
Passeggiammo ancora un po' in una Genova notturna e suggestiva. Lui ci propose di prendere un gelato. Voleva portarci in una gelateria (di cui non ricordo il nome) in cui sosteneva facessero dei gelati buonissimi. Appena arrivati esclamò: “Qui fanno il miglior gelato di Genova. Anzi credo di tutta la Liguria!” E poi si lanciò ancora di più sostenendo che fossero i migliori di tutto il nord Italia. Sul fatto che fossero buoni non c'era alcun dubbio.
Ci avviamo sulla via del ritorno. Berardi si fermò in un'edicola e comprò il giornale. Arrivammo sulla rampa di scale che dal parcheggio in cui sostava il nostro camper portava direttamente in via S. Ugo, dove Giancarlo abitava. Ci salutammo dandoci appuntamento per il pomeriggio del giorno dopo.
Fu davvero una giornata intensa per il sottoscritto. Avevo diciassette anni e da quel giorno non ho mai smesso di leggere.

Berardi non era soddisfatto del lavoro svolto da G. Letteri, disegnatore di "Oklahoma".
Genova 27 giugno 1992

Il giorno dopo Berardi ci accolse nuovamente nella sua abitazione. Quello stesso giorno saremmo partiti per andare a trovare Ivo Milazzo.
Berardi ci regalò una copia della sceneggiatura originale di Ken Parker - Silenzio Bianco.
Una volta raccolti tutti nel suo studio, ricominciò a sfogliare con lo sguardo tutti i suoi libri. Erano migliaia e migliaia di volumi che credo testimoniassero tantissimi anni di passione, una passione con cui li raccoglieva, li accudiva, li collocava nelle sue librerie. Giancarlo Berardi aveva un rapporto d'amore con i libri.
Io dove vedo i libri mi sento bene. Quando entri in una libreria e senti quel profumo di carta stampata che ti inebria completamente...”
Una volta ritornato a Roma, incominciai a frequentare assiduamente le librerie: Feltrinelli, Rinascita, Rizzoli, e tutte le volte che entravo avevo sempre l'immagine di Giancarlo Berardi che estraeva uno dei suoi volumi dalla libreria con quell'euforico sorriso di chi sta per intraprendere una conversazione che ha le stesse emozioni di un lungo viaggio pieno di scoperte.
E quell'immagine è sempre viva nella mia memoria ancora oggi.
Io amo i libri. E gran parte del merito è di Giancarlo Berardi, forse il più grande sceneggiatore di fumetti del mondo.

Auguri di Giancarlo Berardi alla famiglia Bajalica.

Genova, gennaio-febbraio 1998
Sei anni dopo

Dopo quella meravigliosa giornata passata insieme, rivedemmo Giancarlo Berardi insieme a Ivo Milazzo a Lucca nel 1992 in occasione del salone dei comics. Dopo di che ci perdemmo di vista anche perché se è vero che Berardi (ma anche Milazzo) stravolse completamente il mio modo di vedere e intendere il fumetto è anche vero che il primo amore non si scorda mai e per me quell'amore era rappresentato dai fumetti di Jacovitti.
Nell'ottobre del 1992 incominciai a collaborare con il grande autore di Cocco Bill e per cinque anni fui completamente assorto dal suo mondo surreale fatto di vermi e salami.
Dopo la sua morte tornai a Genova in quanto la mia compagna viveva proprio nella capitale ligure. Andai a trovare Giancarlo nella sua abitazione sempre in via Sant'Ugo.
Mi accolse un Berardi che oserei dire leggermente diverso. Da poco si era conclusa l'avventura di Ken Parker con l'albo extra Faccia di rame e con una lettera in cui Giancarlo spiegava ai lettori che la chiusura di Ken era dovuta in primo luogo alle scarse vendite ma anche al desiderio suo e di Ivo di dedicarsi a dei nuovi progetti.
Il nuovo progetto di Giancarlo si chiamava Julia ed era un seriale per la Sergio Bonelli Editore.
Restai solo una mezz'ora e lui mi parlò di Julia, raccontandomi (senza eccedere in particolari) la genesi del personaggio; mi disse che per la realizzazione delle cover pensò in un primo tempo a Nicola Mari (artista della Sergio Bonelli attivo prima su Nathan Never e poi su Dylan Dog) ma per divergenze d'opinione non si arrivò a un tacito accordo. Da lì, quindi, la decisione di affidarle a Marco Soldi. Mi confidò anche che per la realizzazione di Julia ci sarebbe stato qualche compromesso da ingoiare.
La decisione di chiudere Ken Parker non fu facile per Giancarlo. “ Ken ha rappresentato venticinque anni della mia vita!”. Diede un'occhiata ai miei disegni dicendomi che dovevo prendere una decisione su quale stile volessi adottare.
Fu l'ultima volta che vidi Giancarlo Berardi. Attesi con grande entusiasmo Julia e quando nell'ottobre di quello stesso anno uscì l'albo mi precipitai in edicola per acquistarlo. Lo lessi tutto d'un fiato e ne scrissi bene perfino su una fanzine. Poi comprai il secondo, il terzo, il quarto e via dicendo ma fu tutto inutile: mancava la magia! Quella stessa magia che l'alchimista Berardi aveva usato per un personaggio come Ken Parker, quella magia che aveva reso Ken il protagonista di quella rivoluzione che cambiò per sempre il mondo del fumetto così come quella americana cambiò per sempre il futuro degli USA.
Ricordo che uscendo dalla sua abitazione per l'ultima volta, quella sera d'inverno del 1998, mi venne in mente l'entusiasmo e la libertà creativa che Giancarlo sfoderava con la stessa facilità con cui il suo eroe più famoso cavalcava nelle sconfinate terre dell'ovest.
Per certi versi era come uno dei suoi personaggi letterari preferiti, Il buon soldato Švejk; Giancarlo con le sue parole riusciva a descrivere la vita cogliendone la sua assurdità, cercando di non giudicarla e di accettarla nella su insensatezza. Ma allo stesso tempo cercando di cambiarla in meglio. 

Da sinistra: Norman Rockwell, Roberto Innocenti e Lizbeth Zwerger
tra gli illustratori prediletti da Giancarlo Berardi

4 commenti:

  1. davvero un bellissimo post!!!! Sei stato davvero fortunato ad incontrare Berardi e bravo a recepire la sua passione!!

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    1. si.. diciamo che l'ho incontrato in un periodo in cui la sua creatività era in grande fermento: l'inizio di Ken Parker Magazine, le nuove storie sempre di ottimo livello... Francamente non so com'è il Berardi post KP...

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  2. E complimenti anche per questo ritratto così appassionato e vivido. Notevolissime le immagini a corredo.

    Certo che, da quello che riporti, la fama di scrupolosi mercanti dei genovesi non è abusata.

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    1. ... che poi al tempo non c'erano le macchinette e i telefonini... quindi le foto erano più preziose... :)

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