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giovedì 27 febbraio 2014

1001 fumetti da leggere prima di morire: presenti e... Assenti!

Paul Gravett
Cover dell'edizione italiana.
È un buon volume questo 1001 fumetti da leggere prima di morire. È curato da un bravo critico, Paul Gravet, che a sua volta si è avvalso di numerosi collaboratori sparsi qua e là per il mondo.
In poche parole il libro consiglia i 1001 fumetti da leggere partendo dal proto fumetto di Topfer per arrivare alle opere più recenti di qualche anno fa, cercando di racchiudere nella cerchia tutti quei paesi che hanno dato origine ad opere importanti e influenti. Un compito non facile; d'altra parte se il compianto Franco Fossati fu costretto a “comprimere” i migliori fumetti in soli cento personaggi (non dimentichiamoci che correva l'anno 1978 e il fumetto manga era praticamente sconosciuto), Gravet ha dovuto per forza ricorrere a una cifra a tre zeri sia per il naturale passare del tempo e sia per l'ingente produzione giapponese che ha invaso l'Europa (e comunque una cifra considerevole per racchiudere un secolo e più di comics).
Gravet è chiaro fin dall'inizio: “Questa non è una storia del fumetto, né troverete tutti i vostri eroi preferiti!”. Giustissima precisazione; quando si stilano simili elenchi si devono tener in considerazione vari fattori: l'importanza dell'opera scelta nel suo contesto storico, la sua longevità nel corso degli anni, il suo impatto culturale, la rilevanza dei suoi autori e, perché no, anche il proprio gusto personale, di critico e cultore del fumetto.
Voglio precisare che le mie successive considerazioni su questa opera restano sempre e solo opinioni del tutto personali e che, al di là di tutto, ritengo questo volume uno strumento interessante per tutti coloro che conoscono il mondo dei comics o che solo vi si accostano per la prima volta.
Facendo un calcolo manuale (e vi dico subito che la mia conta può non essere priva d'errori) i fumetti scelti da Gravet e collaboratori sono numericamente divisi nella seguente tabella, in base al paese d'origine degli artisti:

Usa
346
Giappone
149
Francia
115
Gran Bretagna
107
Italia
58
Belgio
47
Canada
24
Spagna
19
Germania
15
Argentina
12
Corea (nord e sud)
12
Olanda
8
Svezia
8
Mexico
7
Brasile
6
Finlandia
6
Svizzera
5
Cina
5
Ex Jugoslavia
5
Australia
4
Danimarca
4
India
4
Norvegia
3
Polonia
3
Nuova Zelanda
2
Iran
2
Africa
2
Malesia
1
Algeria
1
Grecia
1
Indonesia
1
Filippine
1
Repubblica Ceca
1
Cuba
1
Cile
1
Portogallo
1
Israele
1
Egitto
1
Russia
1

La situazione è chiara: gli USA stravincono alla grande su tutti. Pensate se questa classifica fosse uscita in piena guerra fredda, visto che la presenza russa è limitata ad una sola opera.
La vera sorpresa è il manga, visto che la sua diffusione in Giappone iniziò dopo la seconda guerra mondiale e in Europa e America arrivò non prima dell'inizio degli anni '90: 149 titoli. Forse un po' troppi, visto che tra questi ci sono Naruto, Capitan Tsubasa (sono un grande fan del cartone animato ma il fumetto per me non è da annoverare in una classifica come questa), ci sono le CLAMP con ben due opere e anche Fruits Basket (manga a mio parere dalla trascurabile lettura) laddove invece manca qualsiasi opera di Fuyumi Sōryō, una delle artiste più rappresentative del fumetto giapponese. E che dire di Ayumi Tachihara e del suo capolavoro Alid'argento? Un'opera purtroppo dimenticata dal team di Gravet, o volutamente esclusa.
Come dicevo all'inizio le scelte possono essere personali, ma credo che Ali d'argento meritasse un posto, visto che questo onore l'hanno avuto opere come Death Note o Le bizzarre avventure di Jo-Jo, opere apprezzabili, per carità, ma credo personalmente che possiamo lasciare questo mondo senza averle lette.
In quest'edizione italiana la Francia si becca la medaglia di bronzo; infatti, è a tutti nota la sua importanza nel fumetto europeo e non: personaggi come Blueberry, Asterix, I passeggeri del vento associati ad autori del calibro di Moebius, Druillet o Baru non potevano di certo mancare. Però bisogna anche dire che mancano autori come Frank Margerin, acuto osservatore della gioventù parigina degli anni '70 e '80 con il suo Lucien, Copi (geniale autore che sembra essere stato dimenticato), e soprattutto il grandissimo Gérard Lauzier. Ma anche Tibet creatore di Ric Hochet e il duo Cothias e Juillard (presenti con opere diverse ma non con il loro capolavoro Le sette vite dello sparviero). Ed è molto strana anche l'esclusione di Caza, uno degli autori più significativi del ventennio '70 e '80 e Robert Gigi e il suo Ugaki.
Grandi esclusi: Gérard Lauzier, Ayumi Tachihara e Philippe Caza.
Di certo, è sacrosanto inserire Asterix in una simile classifica, ma personalmente quattro avventure del simpatico eroe gallico mi sembrano eccessive, se non altro per il fatto che tolgono spazio a uno dei meritevoli autori prima citati.
Con tutto il rispetto devo dire anche che mi ha stupito l'assenza, in questo valido libro, di diversi grandi autori. Uno su tutti? Horacio Altuna: il suo bellissimo Chances secondo me doveva essere incluso, per non parlare dell'esilarante Loco Chávez disegnato su testi di Carlos Trillo altro grande autore escluso. Ma l'Argentina meritava anche la presenza della coppia Robin Wood e Domingo Mandrafina e del loro capolavoro Savarese e soprattutto quella di Jorge Zaffino disegnatore dal tratto micidiale. Così come la Spagna avrebbe, secondo me, dovuto vantare la presenza di autori come Vicente Segrelles, Manfred Sommer, Antonio Hernandez Palacios, Alfonso Font, Fernando Fernandez (autore di una delle versioni a fumetti più belle di Dracula) e Paco Roca. Stessa cosa potrei dire dell'esclusione di Brian the Brain di Miguel Angel Martin, uno dei migliori fumetti degli ultimi vent'anni.
Il Canada è stato incluso 24 volte in quest'elenco; non male ma peccato aver tralasciato un autore importante e di culto come Rand Holmes e le sue storie underground.
Contrariamente c'è da dire che diversi autori ricorrono più volte. L'autore più citato in questo libro è Alan Moore; dopo il successo degli ultimi anni a me sembra che lo sceneggiatore inglese debba essere primo in tutto e che il suo Watchmen debba essere per forza il “Quarto Potere” del fumetto. Che Watchman, V forVendetta, Batman: The Killing Joke e Swamp Thing siano opere degne di tale classifica, nessuno lo mette in dubbio; però è anche vero che Top Ten, Lost Girls, Promethea, potevano essere sacrificate per dare spazio ad altri protagonisti del fumetto mondiale molto importanti. Idem per Hergè e le sue cinque avventure di Tin Tin. Sia chiaro, se un autore ha realizzato più di un'opera importante e degna di nota è doveroso ripeterlo. Nel caso di Tin Tin direi che un paio d'avventure potevano bastare. Altrimenti perché non dare la stessa sorte a un altro caposaldo del fumetto franco-belga come Lucky Luke presente una sola volta?
Ma ripeto sono solo osservazioni personali che mi sarei posto realizzando un volume così importante.
Chances di Horacio Altuna uno dei più grandi autori del fumetto incredibilmente escluso dal volume. 
L'edizione di 1001 fumetti da leggere prima di morire edita in Italia è stata curata da due illustri critici come Loris Cantarelli e Matteo Stefanelli. Spiega quest'ultimo, nella sua nota all'edizione italiana: “Nella storia del fumetto l'Italia ha giocato, e continua a giocare, un ruolo di primo piano [...] Lo spazio dedicato alle opere e agli autori italiani non poteva che essere ampio e significativo.”
Perfettamente d'accordo con le parole di Stefanelli. Il fatto è, però, che nell'edizione originale del volume l'Italia si posiziona dopo gli Usa, il Giappone, la Francia, la Gran Bretagna e anche il Belgio, mentre nell'edizione italiana si colloca prima del Belgio.
E ora vi prego di non stupirvi se vi dico che l'Italia in questa classifica meritava addirittura un terzo posto, insieme alla Francia e un testa a testa col Giappone.
Il nostro paese allo stato attuale è quello che è: politicamente disastrato e pieno di cose che non vanno. Ma se c'è una cosa che abbiamo sempre avuto e di cui non possiamo lamentarci questa è proprio l'arte, in tutte le sue forme: sono nostri i più grandi geni della pittura e della scultura; nel cinema siamo stati capaci di reinventare i generi americani e nel fumetto non siamo stati da meno: almeno fino all'inizio degli anni '90 abbiamo avuto davvero il meglio degli autori su scala mondiale.
Biancaneve di L. Frollo, Altai & Jonson di Sclavi e Cavazzano, il sublime Don Chisciotte di Lino Landolfi, Stella Rossa di O. Catacchio e Interno metafisico con biscotti di S. Vilella; cinque grandi opere italiane che avrebbero meritato l'inclusione nel volume curato da Gravett
L'Italia è presente in classifica con 58 opere di cui la maggior parte prima degli anni '90. Il decennio dei '90 è rappresentato da quattro autori: Vittorio Giardino con Jonas Fink, Francesca Ghermandi con Pasticca, Lorenzo Mattotti con Fuochi e Leo Ortolani con Rat-Man. Mentre il nuovo millennio è rappresentato da Igort e il suo 5 è il numero perfetto, Alessandro Barbucci e Barbara Canepa con ben due opere: W.i.t.c.h e Sky Doll, Davide Toffolo e la sua biografia di Carnera, Gipi con Appunti per una storia di guerra, Gabriella Giandelli con Interiorae, Marco Corona con l'opera Riflessi, BDN di Andrea Bruno e Manuele Fior con Cinquemila chilometri al secondo. Illustri assenti del nuovo millennio: Sebastiano Vilella e il suo capolavoro Interno metafisico con biscotti una delle storie più originali sotto il profilo artistico e narrativo, degli ultimi anni, Tu che m'hai preso il cuor di Luca Vannini, vero e proprio cult del fumetto indipendente che non ha nulla da invidiare alle produzioni indipendenti americane o francofone e lo splendido Morti di Sonno di Davide Reviati. Ma bisogna anche dire che scegliere le opere italiane che rappresentano il nuovo millennio è un rischio bello e buono da prendersi, vista soprattutto la recente pubblicazione di queste opere. In merito agli anni '90 credo che Onofrio Catacchio e il suo Stella Rossa avrebbe meritato l'inclusione nell'elenco, se non altro perché l'autore (al tempo ventiquattrenne) fu tra i primi a intuire le potenzialità del fumetto giapponese, soprattutto quello robotico, realizzando un fumetto dall'ottimo impianto artistico e narrativo, un piccolo gioiello che testimonia la creatività degli autori italiani in quel periodo. Francesca Ghermandi è indubbiamente un'artista talentuosa ma, mi chiedo, davvero meritevole d'essere inserita tra i migliori fumetti italiani? Mancano Anna Brandoli, disegnatrice dotata di un grande talento e Cinzia Ghigliano, creatrice della bella Solange.
Milo Manara è presente per ben tre volte, se si considera che Tutto ricominciò con un'estate Indiana scritta da Pratt è tutt'oggi la sua opera migliore; HP e Giuseppe Bergman, fumetto con pretese intellettuali di troppo e Il gioco, storiella erotica baciata da un successo esagerato, non possono certo essere annoverate tra le opere migliori del fumetto italiano solo perché hanno avuto grande successo internazionale. Non si può includere Manara tre volte e solo una volta Berardi e Milazzo, Jacovitti, Pazienza, Giardino e... Dino Battaglia.
Maurizio Bovarini artista dall'incredibile talento ha lasciato al
fumetto delle opere dotate di grande personalità. 
Se Alan Moore è presente 12 volte, Jack Kirby (con tutti gli onori al Re) 11 volte, Osamu Tezuka 9 volte, Frank Miller 7 volte e addirittura André Franquin 4 volte ed Eddie Campbell 3 volte, allora un autore per molti aspetti unico come Battaglia non può e non deve essere rappresentato da un'unica opera, Totentaz, tralasciando capolavori assoluti come La Mummia, Il Golem, I racconti di Maupassant e Moby Dick. Quello che ha fatto Battaglia nel fumetto ha tutt'oggi dell'incredibile. Nessun altro ha saputo creare atmosfere come quelle dell'artista veneziano e sono pochissimi gli artisti, francesi, americani o giapponesi che siano, che possono avvicinarsi all'immenso talento di Dino Battaglia.
Stesso discorso vale per Gianni De Luca; va bene il Commissario Spada ma gli adattamenti di Shakespeare (citarli all'interno della scheda del commissario Spada non basta...) e l'ambizioso e originalissimo Paulus non valevano un posto d'onore? Un autore che ha largamente anticipato artisti come Frank Miller o Dave McKean nella costruzione della tavola meritava secondo me qualcosina di più; sicuramente più di Milo Manara.
E Jacovitti? Non sono di parte credetemi, ma quello che Carl Barks (presente tre volte) definì il più grande disegnatore europeo, colui che ha creato un universo talmente vasto che risulta impossibile catalogarlo, non può essere ridotto a una semplice storia Ugh-Ugh Cocco Bill.
Passando agli esclusi, la cosa davvero incredibile è la totale assenza di un artista come Gino D'Antonio.
Aveva ragione Sergio Bonelli, a proposito dei grandi autori dimenticati, quando mi disse:Gino D’Antonio è morto da tre anni e nessuno se ne ricorda più. La nostra categoria non lascia impronte così pesanti da essere ricordati”. E queste raccolte divulgative sul fumetto dovrebbero servire anche a questo: far conoscere o far riscoprire autori che spesso vengono dimenticati ma che hanno dato al fumetto un contributo dal valore inestimabile.
D'Antonio è stato un autore completo tra i più grandi al mondo; è stato capace di scrivere la Storia del west, raccontando la frontiera in un'opera monumentale e come nessun americano è mai stato capace di fare; ha realizzato il più bel fumetto di guerra italiano, L'uomo di Iwo Jima (si legge in venti minuti e si ricorda per sempre); ha creato una serie di personaggi e storie memorabili ed era un artista dotato di un talento formidabile, capace di disegnare sequenze d'azione degne di un grande film. Credo che un simile artista avrebbe meritato il biglietto d'entrata nella lista dei 1001. E non solo una volta.
La grande arte di Gino D'Antonio personalità fra le più importanti del fumetto italiano. 

Ma l'elenco di autori italiani esclusi comprende altri nomi: oltre ai già citati Catacchio e Vilella, mi sentirei di citare Franco Caprioli, Roy D'Amy, Rino Albertarelli, Leone Frollo e la sua splendida Biancaneve. E anche in campo Disney credo che siamo i migliori: nel libro è presente solo la coppia Guido Martina e Angelo Bioletto con L'inferno di Topolino, ma in realtà la stessa sorte sarebbe dovuta toccare anche a Romano Scarpa, Giovan Battista Carpi e Massimo De Vita.
Sul versante umoristico, LucianoBottaro è presente due volte insieme ad Altan e alla coppia artistica formata da Alessandro Barbucci e Barbara Canepa; in merito a quest'ultimi la doppia citazione mi sembra esagerata tenendo conto che Jacovitti è presente solo una volta mentre Landolfi è il grande assente insieme ad Alberto Fremura e Giorgio Rebuffi. E ignorato del tutto anche Giorgio Cavazzano: al di là della sua attività Disney l'artista meritava l'inclusione almeno per il bellissimo Altai & Jonson (in coppia con TizianoSclavi).
Giustissima l'inclusione di Grazia Nidasio, che è stata inclusa nonostante fosse un'autrice poco conosciuta all'estero. Ma la stessa sorte avrebbe potuto toccare ad un autore di culto come Roberto Bonadimani e i suoi fumetti di fantascienza e l'ingiustamente dimenticato Maurizio Bovarini, artista dallo stile personalissimo.
Giustamente viene incluso 4 volte Magnus; il maestro bolognese è un fuoriclasse puro che ha esplorato il fumetto in tutti i suoi generi e con assoluta personalità. E sacrosante sono le due inclusioni di Micheluzzi (ne avrebbe meritate almeno un altro paio). E se Alan Moore è citato 12 volte allora lo stesso onore credo che dovesse spettare a Hugo Pratt (citato 4 volte); eppure sono convinto che Anna nella giungla, Wheeling, Gli scorpioni del deserto e almeno un altro paio di Corto Maltese (La casa d'orata di Samarcanda e Favola di Venezia) avrebbero degnamente completato la carriera artistica di uno dei più grandi autori del ventesimo secolo.
Nessun autore ha saputo ricreare le atmosfere come Dino Battaglia, uno dei più grandi autori del XX secolo.
Una cosa che mi ha lasciato un po' perplesso sono le schede dedicate ai bonelliani; assolutamente d'accordo con le scelte di Tex, Zagor, Martin Mystere e Dylan Dog; ma se per i primi due sono state scelte delle storie in particolare, per gli altri non sono state indicate, preferendo restare sul generico.
Il podio spetta agli USA; vista e considerata la vasta produzione di fumetti fin dall'inizio del ventesimo secolo, gli americani hanno praticamente sfornato, nei soli primi quarant'anni, una serie di personaggi e artisti che hanno davvero scritto la storia dei comics. Ma anche qui ho notato assenti eccellenti: per esempio Will Gould autore di Red Barry capolavoro del fumetto anni '30. Manca John Cullen Murphy e il suo splendido Big Ben Bolt; autori un po' dimenticati che andrebbero rivalutati in virtù delle loro qualità artistiche. Due dei più grandi autori di tutta la storia del fumetto, Al Capp e E. C. Segar sono presenti con le loro opere più famose, rispettivamente Li'l Abner e Braccio di ferro, ma per autori di suddetto calibro forse si poteva aggiungere qualcosina in più; Al Capp fu sceneggiatore anche del bellissimo Abbie an' Slats (disegnato con grande stile da Raeburn Van Buren) mentre Segar, oltre al marinaio più famoso del mondo, creò Sappo, un piccolo capolavoro di comicità. E restando sempre in tema di comicità anche la bellissima strip comica di genere western, Colt, disegnata dal Tom K. Ryan meritava un'inclusione. Mancano anche Scott Morse e il suo Soul Wind, manca un'opera imprescindibile come Ronin di Frank Miller (Sin City e 300, nonostante il successo mondiale potevano essere sacrificati tranquillamente), Men of Steel di John Byene (non è facile fare un capolavoro con un personaggio come Superman) e mancano anche le Tijuana Bibles, che per quanto rozze trasgredivano in un periodo in cui era impensabile farlo.
Mi spiace poi, enormemente, per l'esclusione dello Zorro di Alex Toth; certo si tratta solo di un adattamento dell'omonima serie tv con Guy Williams, ma rimane troppo importante e troppo imitato per essere escluso.
Mi fermo qui: ovviamente tutto ciò riguarda l'edizione italiana, non essendo a conoscenza di quali titoli siano stati scartati da Stefanelli e Cantarelli per dare più spazio al fumetto made in Italy, che comunque vanta esclusioni importanti.
Al di là delle mie personali osservazioni, Paul Gravet ha dimostrato coraggio nel gestire un'opera così complessa e soprattutto nel dedicare una buona metà del volume all'ultimo trentennio (1980-2011) fornendo la sua spiegazione nell'introduzione ma, forse, anche come una sorta di buon augurio al fumetto: che possa ancora continuare a regalarci altrettante opere e personaggi indimenticabili.

Will Gould e il suo Red Barry; personaggio poco conosciuto in realtà è stato uno dei capolavori assoluti del fumetto americano degli anni '30. 

venerdì 21 febbraio 2014

300: Jean-Michel Charlier e Jean Giraud – Il fantasma dai proiettili d'oro (Blueberry)

Mondadori, 1978
(Francia, Le spectre aux balles d'or, 1972)
Inutile fare progetti! L'unica cosa certa è una corda che t'aspetta!”
(Blueberry)

Jean-Michel Charlier e Jean "Gir" Giraud.
Il fantasma di proiettili d'oro è il sequel della precedente avventura di Blueberry La miniera del tedesco eppure, da un punto di vista narrativo, è da preferirsi a quest'ultima. L'azione si svolge praticamente tra i monti della superstizione, in territorio indiano ma gli Apache compaiono solo in una manciata di tavole; tutta la storia è praticamente retta dai due protagonisti Blueberry e il compagno di ventura Jimmy McLure e dall'antagonista Werner Amadeus Von Luckner detto “Prosit”, inseguito dai due, prima catturato, poi nuovamente a piede libero fino al beffardo finale tra vari colpi di scena in cui compare un fantasma che spara proiettili d'oro e per questo temuto dagli Apache.
Una serie come quella di Blueberry è come una di quelle estrazioni alla lotteria, con la differenza che qualunque numero pescherete sarete comunque fortunati. E con il personaggio creato da Charlier e Giraud qualunque sia storia che si sceglie di leggere è praticamente impossibile rimanerne delusi perché fin dalla prima avventura, Fort Navajo i due autori hanno creato uno dei migliori western europei; descrizione storica rigorosa, impostazione letteraria d'alto livello e disegni che si commentano da soli per l'ampia sequenza d'inquadrature dal taglio realistico e incisivo. Non per niente dietro il nome di Jean Giraud si nasconde Moebius e credo che non ci sia bisogno d'aggiungere altro.
Blueberry è un personaggio anticonformista; ben presto si libererà della sua divisa militare, abbandonerà l'esercito dedicando le sue giornate a dare la caccia a banditi e prepotenti di ogni tipo, simpatizzando più per gli indiani vittime dei costanti soprusi dei bianchi.

Primi piani, azione, ritmo ed espressività nelle splendide tavole di Gir.

Il fantasma dai proiettili d'oro è una storia mozzafiato, ambientata, come dicevo prima, tra i monti della superstizione e con buona parte dell'azione svolta di notte; il ritmo è sempre serrato e le sequenze sono sempre di gran classe come in tutte le storie di Blueberry. Tuttavia questa rimane tra le mie preferite proprio per l'incredibile abilità di Charlier di essere riuscito a costruire una storia con pochissimi personaggi e dando grande rilievo all'ambientazione che assume toni spettrali e minacciosi; merito anche dei favolosi disegni di Giraud (che per Blueberry usava firmarsi Gir), ricchissimi nei dettagli e che alternano serrati primi piani a splendidi campi lunghi, ottime sequenze d'azione a momenti più introspettivi, senza che la storia cali mai di tono. E in quest'avventura si vede più che mai la malvagità di uno dei cattivi più riusciti delle avventure di Blueberry, Prosit, balordo senza scrupoli, preoccupato solo di riempirsi le tasche dell'oro nascosto in qualche posto nella miniera del cavallo morto: bella e agghiacciante la sequenza in cui nasconde un serpente nello stivale di un suo nemico per poi farlo morire lentamente in balia del veleno.
Una storia perfetta, impeccabile, che ancora una volta mostra il talento di una coppia di europei con un genere che è, in tutto e per tutto, americano; Ma Charleir e Giraud con tutta la saga di Blueberry, hanno realizzato un capolavoro western proprio come quindici anni prima aveva fatto un'altra formidabile coppia di europei, Gianluigi Bonelli e Galep creando Tex Willer, e come faranno esattamente quindici anni dopo un'altra coppia d'europei, Berardi e Milazzo con il loro Ken Parker.
Per quanto mi sforzi non ricordo un fumetto western americano che possa anche lontanamente avvicinarsi a Blueberry. E soprattutto alle sue splendide avventure.
Grande senso d'azione e profondità di campo in una vignetta di Jean Giraud.

Curiosità

La saga di Blueberry è composta da 29 volumi; fino al numero 23 scritti e disegnati da Charlier e Gir, dal numero 24 completamente realizzati da Gir.
Il volto di Blueberry ricorda parecchio, soprattutto nelle avventure iniziali, quello dell'attore francese Jean-Paul Belmondo. Il vero nome di Blueberry è Mike Donovan.
Oltre alla serie regolare esiste anche una collana di volumi dedicata alla giovinezza di Blueberry: al momento sono una ventina di storie di cui le prime tre furono realizzate da Charlier e Gir; dopo l'abbandono di quest'ultimo i disegni furono affidati a Colin Wilson che li disegnerà fino al numero 9, sostituito poi da Michel Blanc-Dumont. Dopo l'improvvisa morte di Charlier (che aveva sceneggiato la giovinezza fino alla sesta storia) succedette lo sceneggiatore FrançoisCorteggiani.
Esiste una terza e breve serie dedicata al personaggio: Marshal Blueberry, tre storie scritte da Charleir e disegnate da William Vance e Michel Rouge.
Il fantasma dai proiettili d'oro e il precedente La miniera del tedesco sono stati alla base della trama del film Blueberry del 2004 con Vincent Cassel, neanche lontanamente paragonabile al fumetto.

Edizione consigliata

L'edizione di Alessandro Editore sarebbe, forse, da preferirsi in quanto molto più recente e realizzata con tecniche di stampa all'avanguardia. Tuttavia resto fedele alla collana “Le avventure del Tenente Blueberry” della Mondadori perché per essere un volume del 1978 è fatto bene: formato grande, cartonato e con la traduzione della bravissima scrittrice Alba Avesini. Mi piace pensare che una biblioteca del fumetto abbia una varietà d'edizioni realizzate nel corso degli anni.

Altre edizioni

Oltre quella di Alessandro la più recente è stata realizzata dall'Editoriale Aurea che in un unico albo da edicola ha racchiuso sia Il fantasma dai proiettili d'oro che la precedente avventura La miniera del tedesco. Visto il prezzo molto basso l'acquisto conviene.
Negli anni' 80 (se non erro) la casa editrice Nuova Frontiera pubblicò la storia sia come Le Avventure del Tenente Blueberry sia come Collana Eldorado (Totem-Comics).

Da sinistra: L'edizione di Alessandro Editore, l'albo dell'Editoriale Aurea e quello della Totem Comics.


giovedì 20 febbraio 2014

Il gusto degli altri – 12: Danilo Maramotti

Danilo Maramotti

Una bella tavola in cui Maramotti 
omaggia Dashiell Hammet.
Danilo Maramotti nel 1990. 
Quando vidi per la prima volta i fumetti di Danilo Maramotti non mi fecero una grande impressione. Avevo quattordici anni, età in cui iniziavano i miei primi approcci con il fumetto. I miei gusti erano piuttosto classici, appartenevo alla scuola di Raymond o Foster; lo stile di Maramotti non mi attirava.
Passarono gli anni, tante cose cambiarono e i miei gusti in fatto di fumetti si ampliarono notevolmente. All'inizio del 2000, per un periodo, gestii una fumetteria e tra un'ordine e l'altro mi capitò un'edizione della Milano Libri, quelle di grande formato a colori con degli ottimi apparati critici. Il titolo del volume era Bad Cat e l'autore era quel Danilo Maramotti, lo stesso autore che dieci anni prima avevo, in maniera ingenua e superficiale, snobbato.
Il volume mi conquistò subito, fin dalla copertina, ma soprattutto mi conquistarono le storie che erano realizzate con quella sintesi che partiva da Wilson McCoy per poi svilupparsi in un disegno che avrebbe contraddistinto l'autore in tutte le altre sue opere: dai racconti gialli che fanno il verso all'Hard Boiled di Hammet fino a L'uomo che incontrò il Piccolo Drago (realizzato su testi di Stefano Benni e ristampato recentemente); dalle vignette per l'Unità e Linus fino alla sua collaborazione con la Smemoranda.
Danilo Maramotti è un autore dallo stile personalissimo, con una grande passione per i fumetto dell'epoca d'oro, per il giallo e per l'avventura e con la grande capacità di fondere questi generi nelle sue storie con un tocco di classicità e allo stesso tempo di modernità.



Una strip tratta da una delle sue opere più belle: Bad Cat.

I gusti di Danilo Maramotti


1 - L' Uomo Mascherato di Lee Falk e Wilson McCoy 



Perché è fumetto PURO! Le storie diedi soprattutto quella degli Skorpia ma in realtà tutte di quel periodo (anni '50).

2 - Blake e Mortimer di E. P. Jacobs

3 - Tin Tin di Hergé

4 - Brick Bradford di William Ritt e Clarence Gray

5 - Terry e i Pirati di Milton Caniff

6 - Rip Kirby di Alex Raymond

7 - Buck Ryan di Jack Monk

8 - Marcel Labrume di Attilio Micheluzzi

9 - Barney e la blue note di Loustal e Paringaux

10 -Lloyd Llewellyn di Daniel Clowes


Per conoscere meglio il lavoro di Danilo Maramottivisitate il suo sito Danilo Maramotti.it

Il suo lavoro più bello: Bad Cat


Un fumetto bello, con rimandi e citazioni al cinema hollywoodiano e con una trama sempre avvincente. Il disegno di Maramotti è al massimo della sua espressività. Un piccolo gioiello.

mercoledì 19 febbraio 2014

300: Hermann – Babette (Le torri di Bois-Maury)

Alessandro Editore, 2002
(Belgio, Babette, 1987)
...Devo essere in catene per riuscire a vederti più facilmente che da libero...!”
(Germian rivolto a Babette)


Hermann Huppen
Il belga Hermann Huppen (più noto a tutti col solo nome di Hermann) è uno di quei disegnatori un po' fuori dal comune. Ricordo che Sergio Bonelli, durante una mia intervista, alla domanda se ci fosse un artista con cui non avesse mai lavorato e col quale gli sarebbe piaciuto farlo, mi rispose: “... Quel belga bravissimo, Hermann. Abbiamo mangiato non so quante volte insieme ma la sua risposta alle mie proposte di collaborazione è sempre stata negativa”. E se lo diceva l'editore di Tex, che di grandi artisti ne ha conosciuti e con loro ci ha lavorato, allora state sicuri che Hermann è un vero fuoriclasse.
Fin dagli esordi con lo sceneggiatore Greg con cui creò il personaggio Bernard Prince e successivamente la bellissima serie western Comanche, fino alla metà degli anni '70 quando esordì come autore completo con la serie fanta-apocalittica Jeremiah, l'autore belga ha sempre dimostrato un talento e una classe artistica invidiabili per chiunque faccia questo mestiere.
Babette e Germain: amore clandestino e impossibile. 
Provate a sfogliare un suo lavoro a caso: un episodio di Comanche o di Jeremiah per esempio; pagina dopo pagina avrete l'impressione di vedere un grande film, fatto di ardite inquadrature, pieno d'azione, con una grande ricchezza nel dettaglio e senza che venga mai smarrito il filo del racconto. Proprio così: Hermann è un gran narratore, oltre che un formidabile disegnatore. Le sue storie scorrono via come quei serial mozzafiato di cui le reti televisive sono ormai zeppe. Non importa quale genere l'autore affronti; il risultato è sempre degno di nota.
Con la serie Le Torri di Bois-Maury Hermann sfodera il suo capolavoro, un punto in più rispetto a Jeremiah. L'artista questa volta sceglie il medioevo per ambientare una serie di bellissime storie, dense di ritmo e di atmosfera e con una sfilza di personaggi ben caratterizzati e dalle alterne personalità. Il medioevo messo in scena da Hermann è fatto di uomini rudi, ignoranti e violenti, siano essi di ceto alto o basso, le similitudini che li accomunano sembrano essere le stesse. Tutto ciò è presente fin dalla prima storia, Babette, nome di una povera contadina innamorata di un muratore, Germain e per questo vittima di costanti e brutali maltrattamenti da parte della sua famiglia, che la porteranno alla morte. 
Fin dalle prime tavole, quindi, la brutalità e la ferocia dell'essere umano vengono messi in risalto da Hermann; la sequenza in cui Aymar, cavaliere di Bois-Maury (dal nome delle due torri, “le più alte e belle del mondo” a suo dire, che il cavaliere vuole riconquistare essendo appartenute in passato alla sua famiglia) scopre il cadavere di Babette, massacrato di botte davanti a un padre colpevole di un delitto così orrendo, lascia davvero senza parole; Aymar è il personaggio che più s'avvicina alla lealtà e alla dignità ma è anche consapevole del mondo in cui vive e della gente che lo popola. “Dentro di me gridano così tante voci che non so più quale ascoltare...” dice a se stesso Aymar; in un periodo in cui uccidere un uomo con le maniere più atroci è routine, la sua coscienza si ribella e cerca, desiderosa, un'alternativa. Ed Hermann è davvero bravo a trasmettere queste sensazioni al lettore, perché mai come in nessun altro suo lavoro, l'autore belga è riuscito a delineare in maniera così chiara la psicologia dei suoi personaggi: non c'è posto per eroi belli ma solo per gente comune quasi sempre brutta e volgare.
L'assurda morte di Babette, tra l'indifferenza della famiglia; la sofferta rassegnazione di Aymar.
Fin dal titolo si deduce che Babette può essere una protagonista della storia; per questo la sua morte dopo una manciata di tavole lascia il lettore quasi interdetto, ma questa morte è necessaria alla resa lucida e coerente del contesto storico, narrato da Hermann con una precisione e una cura del dettaglio a dir poco encomiabili. La morte della poveretta dà il via a un susseguirsi di vicende che avranno per protagonista lo sfortunato Germain il quale, privato del suo grande amore e torturato, prima d'essere salvato da morte certa da Aymar, cerca di trovare il suo posto nel mondo barbaro e meschino che sembra rifiutarlo e che per lui non sembra avere nessun altro progetto se non un destino cupo e all'insegna della meschinità.
Babette dà il via ad altre storie bellissime che compongono questa serie per molti versi imperdibile e che consacrano definitivamente Hermann ad un posto di primo piano nella scuola franco belga; anche il suo disegno assume un tratto meno grossolano rispetto agli esordi e quindi molto più espressivo e perfetto a rappresentare un medioevo pieno di violenza e perdono, di ricchezza e povertà, di commiserazione e morte.
Inutile andare per le lunghe: un capolavoro.
La straordinaria arte del grande Herman.

Curiosità

La serie è ambientata nel XII secolo in Francia. I disegni di Hermann sono colorati da Fraymond.
Gli altri episodi che compongono la serie de Le torri di Bois-Maury, in ordine di pubblicazione, sono: Eloisa di Montgri, Germain, Reinhardt, Alda, Sigurd, William, Il Selgiuchida, Khaled e Oliver.
La serie poi è diventata solo Bois Maury continuando con gli episodi Assunta, Rodrigo, Dulle Griet, Vassya e Occhio di cielo.

Edizione Consigliata

Il volume (e gli altri che compongono la serie) si presenta in una veste elegante a colori in puro stile “edizione francese”. Francamente sui volumi editi da Alessandro Editore non si può dire niente.

Altre edizioni

Il volume consigliato fu riproposto in un volume cartonato a colori dalla casa editrice Comic Art nella collana Grandi Eroi serie regolare n. 68; buona edizione ma non a livello di quella consigliata. Tutte le altre avventure della serie sono state edite da Alessandro Editore. Recentemente la Mondadori nella collana Historica ha riproposto le ultime avventure in un volume dal titolo Bois Maury - La croce e la spada.

A sinistra: l'edizione di Babette della casa editrice romana Comic Art.
A destra: le ultime storie della serie Bois-Maury raccolti in volume dalla Mondadori.