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martedì 29 aprile 2014

300: J. D. Canales e J. Guarnido – Arctic Nation (Blacksad)


Rizzoli-Lizard, 2003
(Francia/Spagna, Artic Nation, 2003)


"...Non sempre abbiamo l'onore e la fortuna di parlare d'un fumetto così elegante... Come disegnatore posso dire che ne ho la vista appagata, e vi garantisco che mi fa molto piacere..."
(Règis Loisel a proposito dei disegni di Juanjo Guarnido).
J. D. Canales e J. Guarnido.

È giusto che un nuovo millennio (l'inizio del 2000) venga inaugurato col botto. Sotto tutti i punti di vista e in qualsiasi campo artistico o scientifico che sia. Il fumetto (soprattutto quello italiano) alle soglie del 2000 non è che stesse producendo chissà quali perle per il nostro palato esigente, tanto che la nostalgia di un periodo florido come gli anni '80 si faceva sentire con sempre più forza.
Tanto più che con l'invasione/moda delle “Graphic novel” molti autori hanno dato vita a sperimentazioni artistiche non sempre all'altezza della parola 'arte'. Se poi ci mettiamo autobiografismi e varie storie quotidiane...Insomma diciamocela tutta: ci mancava (e forse ci manca tutt'ora) il gesto di aprire un albo a fumetti e vedere le prodezze artistiche di un Magnus, un Pazienza o di un Dino Battaglia; artisti che raccontavano con la forza delle loro immagini e che spesso ci lasciavano basiti. E poi ci mancavano (e ci mancano) anche quelle belle storie avventurose, piene di azione, giallo e mistero che non abbiano per protagonista unicamente un super eroe.
Quando verso la fine del 2000 uscì il primo volume di Blacksad fu come sentire quella forza avventurosa che molti eroi dei fumetti ci avevano regalato. E la forza questa volta era quasi completamente nelle matite e nei colori di un giovane artista trentatreenne le cui tavole avevano qualcosa di veramente sorprendente.
 Gioco di sguardi ed espressioni, una delle molte abilità artistiche di Guarnido
I disegni di Juanjo Guarnido una volta visti non si dimenticano più. Ma forse sbaglio a chiamarli semplicemente disegni perché ogni vignetta di ogni tavola di ogni volume di Blacksad rappresenta un vero, concedetemi il termine, orgasmo artistico. Se poi ci unite una bella, classica storia poliziesca con evidenti richiami alla letteratura hardboiled di Dashiell Hammett, allora state certi che vi troverete tra le mani qualcosa che vale davvero la pena leggere e soprattutto guardare. Spalancando gli occhi per lo stupore; perché di fronte a tanta grazia artistica gli occhi rimangono sbarrati. Le tavole di Guarnido sembrano un puzzle dove ogni cosa è al suo posto; a cominciare dalla città in cui sono ambientate le storie: New York negli anni '50. Ogni tassello è al suo posto: le strade con le auto, gli alberi, i lampioni, i palazzi con le loro finestre, gli oggetti, dai più imponenti a quelli meno insignificanti. E soprattutto la grande varietà di personaggi che si trovano all'interno di questa saga. Perché in effetti mi stavo quasi dimenticando di dirvi che tutti i personaggi sono animali antropomorfi; è questo ha permesso a un artista come Guarnido (che vanta una decorosa carriera nel cinema d'animazione) di dimostrare la sua incredibile padronanza del mezzo fumetto con una serie di caratterizzazioni che, lasciatemi essere prolisso di complimenti, sono davvero quanto di meglio ci si aspetti da uno che fa il mestiere del fumettaro. Se nel primo volume di Blacksad, Da qualche parte nelle ombre, il talento di Guarnido era già spaventoso a discapito della storia dello sceneggiatore Juan Dìaz Canales, buona ma dall'impianto classico, è con la seconda avventura, Arctic Nation, che la storia subisce un notevole salto di qualità e i disegni arrivano a essere a dir poco sublimi; la trama diventa più intricata e riesce a trasmettere il difficile clima di malessere che dominava in un paese post seconda guerra mondiale. Nella tensione razziale (che dilaga fortemente) si muove il nostro protagonista, il detective privato John Blacksade (che nel fumetto è rappresentato con il volto di un gatto nero) chiamato a investigare su un anonimo rapimento di una bambina di cui neanche la madre ha denunciato la scomparsa; tra sette segrete (un'organizzazione razzista sulla falsariga del Ku Klux Klan chiamata appunto Arctic Nation), intrighi, misteri, e azione, il caparbio detective giungerà a delle verità amare e scottanti, in perfetta linea con la crime story tosta e violenta.
Tavole da Artic Nation: due magistrali esempi della sublime arte di Juanjo Guarnido

E come dicevo Guarnido supera se stesso con una galleria di personaggi davvero unici: per i bianchi gli autori scelgono animali come le volpi bianche, gli orsi polari o le tigri bianche; al contrario per rappresentare la razza nera vi sono cavalli, tori, cani e altri animali. Indimenticabili sono allo stesso modo i personaggi della bambina rapita, della bellissima Dinah e del ladruncolo Lukas genialmente rappresentato con le sembianze di una gazza ladra.
Un'opera e una saga assolutamente imperdibili. Chi ha voglia di regalare ai propri occhi delle perle artistiche non deve far altro che sfogliare l'intera opera di Blacksad; davanti ad ogni vignetta rimarrete stupiti dall'incredibile minuziosità artistica capace di cogliere a fondo ogni dettaglio, dalla rigorosa ricerca storica che non rallenta mai il ritmo e l'andamento della storia.
Con questo personaggio, Juan Dìaz Canales ci ha riportato indietro nel tempo con una storia classica ma grintosa; Juanjo Guarnido... beh c'è bisogno d'aggiungere altro? Del resto come già scritto in altri post di 300, gli artisti che hanno lavorato nel campo del disegno animato hanno una marcia in più.
E di marce l'artista spagnolo ne ha davvero tante.
Il protagonista con la bella Dinah

Curiosità

Entrambi gli autori, prima di Blacksad, lavoravano nel cinema d'animazione presso uno studio di Madrid. Lì si sono incontrati e Canales ha proposto a Guanido di lavorare al progetto di Blacksad.
Guanido lavora nel campo dell'animazione presso gli studi Disney in Francia; ha collaborato al film animato Tarzan, nelle vesti di animatore capo, creando il personaggio di Sabor.
Gli altri volumi di Blacksad sono (in ordine cronologico): Da qualche parte fra le ombre, Anima Rossa, L'inferno, il silenzio e il recente Amarillo.

Edizione consigliata

Al momento l'unica in Italia; formato cartonato, buona qualità di stampa, insomma rende abbastanza giustizia ai disegni di Guarnido.

Altre edizioni

Nessuna al momento; ma, cosa alquanto inusuale, la Rizzoli-Lizard ha reso disponibile i volumi nei formati digitali eBookReader e iPad, fermo restando che consiglio vivamente l'acquisto di tutti i volumi pubblicati finora da Rizzoli-Lizard. Inoltre, sempre dallo stesso editore, vale la pena l'acquisto del volume dedicato al dietro le quinte della realizzazione di Blacksad: Making of Blacksad, i retroscena dell'inchiesta, pieno zeppo di sketch, studi preparatori in bianco e nero ed a colori con in più interviste ai due autori.

I quattro volumi della saga di Blacksad e il volume dedicato al making of.



sabato 26 aprile 2014

300: Lyonel Feininger - The Kin-Der-Kids e Wee Willie Winkie's World


Garzanti, 1974
(USA, The Kin-Der-Kids, Wee Willie Winkie's World, 1906)




Questa qualità, in assenza di un contesto narrativo, diviene la vera e propria forza motrice della serie. Usando l’immaginazione, Willie riesce ad affiancare alla realtà concreta dalla quale prende spunto, che si può definire oggettiva, quella, propriamente soggettiva, che risulta dalla sua personale rielaborazione della precedente. Il suo essere wee, cioè il suo essere bambino gli permette di trattare alla pari entrambe le realtà, di attribuire loro la stessa valenza ontologica e di unificarle attraverso l’azione. Un gesto compiuto nella realtà oggettiva ha ripercussioni in quella soggettiva (es. il sasso lanciato che fa sorridere la pozzanghera, in alto), e viceversa un movimento osservato nella realtà soggettiva impone una risposta oggettiva (l’inchino di saluto al sole che va a dormire, in basso): è la dinamica del gioco infantile, grazie alla quale Willie evoca una dimensione sospesa, uno spazio potenziale intermedio tra il reale e l’immaginato”.
(Estratto dalla tesi Gioco e realtà di Mara Famularo)
Un giovane Lyonel Feininger.
Forse con Lyonel Feininger ci troviamo di fronte al primo vero precursore del fumetto? È possibile, nonostante siano in pochi a conoscerne l'arte nell'ambito fumettistico; Feininger fu più attivo nella pittura che nel mondo delle nuvole parlanti, ma quel poco che ha fatto basta a renderlo un precursore e, insieme a Winsor McCay, il primo vero genio della storia dei comics.
Si dedicò al fumetto tra il 1906 e il 1907, anno in cui chiuse i battenti una delle due strip da lui inventate, Wee Willie Winkie's World. La prima fu Kin-der-Kids, storia che vede protagonisti tre fratelli, Daniel Webster, Pie-Mouth e Strenous Teddy, col pallino dell'esplorazione; dentro una vasca da bagno salpano dal porto di Manhattan pronti ad esplorare il mondo. Attorno a loro una serie di personaggi secondari: la zia Jim Jam, una sorta di avversario dei tre fratellini, il cane Shelock Bones e soprattutto Mysterrious Pete, un'ambiguo personaggio che viaggia su una nuvola e porta messaggi ai tre piccoli protagonisti. È subito evidente la creatività di Feininger; secondo il fumettologo Bill Blackbeard con Kin-der-Kids l'artista americano di origine tedesca realizzò il primo esempio di fumetto in cui la storia aveva una forma di continuity. Ma al di là della storia, di per sé divertente e piena di creatività, Feininger riuscì a stupire grazie al suo talento artistico, con tavole pubblicate a piena pagina in cui il suo modernissimo tratto espressionista si sposava perfettamente a un uso dei colori del tutto nuovo e inusuale in linea con le avanguardie pittoriche del periodo.
E la fantasia di Lyonel Feininger non si fermò a Kin-Der-Kids; in una sua costante ricerca espressiva e narrativa, l'autore creò anche la strip Wee Willie Winkie's World. Qui il protagonista è il piccolo Willie, un bimbo che quanto a fantasia non ha niente da invidiare al Calvin di Calvin e Hobbes. Willie si aggira nella campagna circostante la casa di suo nonno e la sua fervida immaginazione fa sì che oggetti solitamente inanimati (sole, tetti, fontane, mulini a vento, ecc...) assumano sembianze praticamente umane. Ed è innegabile la poetica di questa strip; Willie ha un'immaginazione che gli permette di evadere da una realtà troppo statica per un bambino per ricrearla a suo piacimento (e ad occhi aperti, al contrario del più famoso Little Nemo che invece viveva tutto nel sogno notturno) in una sorta di surrealismo visivo in cui la definizione dello stile di Feininger è davvero sorprendente. 
Due tavole in cui emerge lo straordinario talento visivo e narrativo di Feininger.
Surrealismo, espressionismo, modernità sono gli ingredienti usati da Lyonel Feininger nella sua brevissima carriera fumettistica. Eppure con due strip dalla breve vita, questo artista dimostrava di essere già all'avanguardia e, forse inconsapevolmente, poneva le basi per un linguaggio e un segno grafico che impreziosiranno il fumetto. Ma non fu apprezzato da un pubblico troppo abituato a una comicità facile e burlesca racchiusa nel classico schema delle vignette, poco aperto verso uno schema più elegante e innovativo, con tavole prive di rigide divisioni.
Ma non ha più importanza. Quello che veramente importa è la completa rivalutazione di un autore geniale; di un uomo che del cartoonist avrebbe voluto fare la sua professione ma che, di fronte all'incomprensione di un pubblico ancora immatura, decise di dedicarsi (con più successo) alla pittura, “colpevole” forse di essersi spinto troppo in là, dove il fumetto non era ancora arrivato.

E le sue due strip sono tutt'oggi lì a testimoniarcelo. 
Kin-Der-Kids:l'immenso talento artistico di Lionel Feininger.

Curiosità

Le due strip furono pubblicate sul quotidiano Chicago Sunday Tribune.
Interrotta la carriera fumettistica, Feininger lascia gli USA alla volta dell'Europa; a Parigi lavora con Juan Gris e Félix Vallotton, contemporaneamente studia i lavori di Cézanne e Van Gogh e dipinge i suoi primi lavori. Ma la vera svolta nella sua arte arriva quando conosce il cubismo di Picasso e Braque che fanno nascere nell'artista americano un nuovo modo di concepire la pittura. Ma anche il futurismo gioca un ruolo principale nelle sue opere in cui vengono scomposte nature e architetture in un percorso artistico personale che, nel 1919, attira l'attenzione di Walter Gropius, fondatore della celebre Bauhaus, il quale lo ingaggia in veste d'insegnante d'incisione e per dirigere la stamperia.
Feininger trascorre così un periodo florido per la sua carriera; si sente più europeo che americano, trascorre molte delle sue serate in compagnia di Klee, Kandinsky, Schlemmer. Ma con l'avvento del regime nazista, l'artista abbandona il vecchio continente e ritorna in USA dove trova impieghi occasionali come insegnante di college. Dopo la guerra viene imposto da un mercante, Curt Valentin, come il più grande pittore americano vivente; e Feininger dimostra, in età avanzata, come il suo stile fosse ancora in evoluzione.
Morì nel 1956.

Edizione consigliata

Vi dico subito che quella consigliata è l'unica edizione italiana che racchiude la breve parabola fumettistica di Feininger. La Garzanti realizzò un volume di grande formato (che valorizzasse le tavole dell'artista) che, ahimè, oggi è piuttosto raro: su internet e nelle fiere si trova a prezzi che si aggirano dai 150 ai 200 euro. Ma cercando (e non pretendendo particolari condizioni di conservazione) forse si trova anche a meno.

Altre edizioni


Nessuna in italiano al momento. Ma su internet si trova anche un volume in inglese: The Comic Strip Art of Lyonel Feininger ma anche in questo caso il prezzo non è accessibilissimo. 



venerdì 25 aprile 2014

300: Horacio Altuna – Chances


Norma Editorial, 2002
(Spagna, Chances, 1986)

Amore? Non essere sciocco... Sono una puttana ma posso insegnarti qualcosa che ho imparato a mie spese. Tra il sesso per amore e il sesso per denaro... È sempre meglio il secondo capisci? Ti viene a costare meno capisci?”
(Dialogo tra Malena e Riff)

Horacio Altuna
Chi di voi ha avuto la fortuna di sfogliare riviste del calibro di Comic Art o L'Eternauta (omaggio al capolavoro di Oesterheld e Solano Lopez) ha potuto scoprire le meraviglie artistiche stampate su quelle pagine. Credo di aver perso il conto di quanti maestri italiani e non venivano proposti a noi ragazzi con una smisurata passione per i fumetti e con l'inchiostro di china che ci scorreva nelle vene; Micheluzzi, Moebius, De La Fuente, Breccia, Herman, Magnus, Pratt, Raymond, Segar, Pazienza, Sommer, Corben, Bernet, Segrelles, Stevens, Font, Eisner e chi più ne ha più ne metta. In quelle pagine, in quelle riviste bellissime, c'era il meglio del fumetto mondiale, c'erano arte e storie irripetibili. C'era quello che ogni aspirante fumettaro si aspetterebbe acquistando una rivista di fumetti.
Il mio abbonamento alle riviste edite dalla Comic Art mi fece conoscere tanti dei grandi autori prima citati ma di uno di questi m'innamorai letteralmente. In realtà lo scoprii recuperando alcuni dei numeri più vecchi della rivista L'Eternauta e fu amore a prima vista; quando per la prima volta vidi le tavole di Chances provai un piacere visivo che tutt'oggi mi invade riguardandole. E l'autore di questo piccolo grande cult, l'argentino Horacio Altuna, mi entrò subito nel cuore. Mi stregò a tal punto che feci una cosa impensabile per un collezionista: staccai le pagine delle varie puntate dalle riviste e le rilegai in maniera amatoriale. Ignobile, lo so, ma che ci crediate o no questa splendida storia di neanche cinquanta tavole non ha avuto l'onore di un'edizione italiana; per questo propongo il volume della Norma Editorial sperando che quanto prima (chissà forse nella ristampa delle opere di Altuna iniziata dalla Planeta De Agostini e proseguita dalla RW Edizioni) qualche nostro editore faccia conoscere a tutti questo gioiello.
Una delle splendide tavole di Chances.

Procuratevi il volume spagnolo oppure i numeri della rivista L'Eternauta oppure scaricatelo. Poi incominciate a sfogliarlo, senza leggerlo; lasciatevi catturare dalle immagini del futuro immaginato da Altuna a metà degli anni '80; osservate gli splendidi scenari in tutta la loro allarmante inquietudine, con i quartieri sovraffollati da una classe multi etnica al limite della decenza; osservate come ogni oggetto, che sia un pezzo di carta per terra o un vetro rotto, si integri alla perfezione con tutto il resto; osservate i muri laceri insozzati di scritte; osservate la varietà di personaggi che il maestro argentino è riuscito a delineare. Poi dopo esservi rifatti gli occhi leggete la storia: bella, allarmante, tutt'oggi attuale.
Sovraffollamento, sudiciume e feccia: la grande composizione di Horacio Altuna
Sono sicuro che rimarrete stupiti dal talento di questo autore eclettico che nel corso della sua carriera ha davvero disegnato molto e prodotto un'infinità di bellezze artistiche: dai lavori con il grande Carlos Trillo (Loco Chavez, Uscita di Sicurezza, Charlie Moon), a quelli come autore completo (il bellissimo Ficcionario e Chico Montana tra le altre), fino alle sublimi storie erotiche che fanno di Horacio Altuna uno dei maestri dell'eros a fumetti con le sue donnine sensuali e provocanti (Milo Manara, in confronto, fa proprio la figura dello scolaretto).
Ma Chances rimane una di quelle opere assolutamente uniche e imperdibili in cui Altuna non sembra nutrire nessuna speranza di salvezza per il genere umano; il suo protagonista, fuggito da un laboratorio di clonazione (patrocinato dai pochi ricchi che commissionano un loro clone di cui poter utilizzare gli organi una volta che i loro vanno in disuso) si addentra in una città suddivisa in livelli di cui quello più basso sembra una vera e propria anticamera dell'inferno. Fatica a muoversi perché le vie sono piene di ogni genere di feccia possibile (tra individui che vomitano, si suicidano e commettono violenze d'ogni genere) e in quell'inferno, braccato da una polizia al solo servizio dei potenti, cerca l'unica persona da cui crede di poter ricevere aiuto; un tale dalle idee libertine tutto parole e niente fatti: “Oltre alle idee non posso dare altro!” dice “Mi pare di aver dato abbastanza col mio messaggio di lotta. Adesso i tipi come te devono darsi da fare!”. Ma come darsi da fare in mezzo a una giungla d'asfalto e sudiciume? Forse compiendo qualche gesto d'umanità (portando la dose a un tossico il cui padre è morto per procurargliela) o cercando l'amore nel letto della bella prostituta Malena “Tu mi vedi stupenda perché hai visto solo poche donne!”. Ma alla fine quella “chances” (possibilità) che il nostro protagonista ha cercato in tutti modi per avere una vita normale sembra svanire in mezzo ai volti e ai fantasmi di un mondo che sembra uscito da un incubo.
Chances è un'opera da leggere e soprattutto da guardare. Perché guardando ogni singola vignetta ci si rende conto dell'immenso talento artistico di Horacio Altuna, uno dei più grandi artisti della storia del fumetto.
Horacio Altuna: grandezza compositiva e ricerca scenografica.

Curiosità

Chances fece guadagnare ad Altuna un meritatissimo premio YellowKid assegnatogli nell'edizione di Lucca '86.

Edizione Consigliata

Come dicevo al momento non esistono edizioni italiane che racchiudono Chances in volume. Pertanto quella della NormaEditorial al momento credo rappresenti l'unica possibilità per avere nella nostra biblioteca dei 300 fumetti piùrappresentativi questo piccolo cult.
Chi non avesse dimestichezza con lo spagnolo può comunque recuperare i cinque numeri della rivista L'Eternauta in cui la storia fu pubblicata nel 1986: numero 43, 44, 45, 47 e 49.

Le cinque riviste de L'Eternauta con  all'interno la storia di Altuna. 

Altre edizioni

Al momento nessuna.



giovedì 3 aprile 2014

Il segno di Galep

 Prologo

Aurelio Galleppini in arte Galep, al suo tavolo di lavoro. Questa foto fu fatta con la sua polaroid. Chiavari, estate 1992.
Era il 1987 quando ho scoperto i fumetti. Avevo tredici anni e li ho scoperti con Jacovitti; è stato (e tutt'ora è) il mio artista preferito, colui che ho adorato e copiato fino all'esaurimento. Dopo circa quattro anni di continuo esercizio divenni il suo collaboratore e molte cose non furono più le stesse. Quando dico molte cose mi riferisco soprattutto a quei momenti, chiamiamoli 'primordiali', in cui scopri i fumetti e soprattutto in cui li leggi con occhi diversi; inizi a essere attratto da alcuni artisti, ne osservi il tratto, il modo che hanno di disegnare le figure o i paesaggi, cerchi di carpirne lo stile. Per farla breve mi riferisco a quel momento della vita di meravigliosa spensieratezza, in cui il tempo era dedicato unicamente ai propri idoli di carta.
Se Jacovitti ha occupato gran parte della mia mente, ad occuparne la parte restante sono stati tutti quegli artisti che pian piano, nel tempo, conoscevo: Raymond, Schulz, Eisner, Kirby e potrei continuare all'infinito. Ma uno su tutti mi attirava tantissimo: Aurelio Galleppini, in arte Galep.
Galep era un'autorità nel fumetto italiano; aveva creato graficamente il nostro personaggio più famoso, Tex Willer, e quindi era anche l'artista che aveva una maggiore visibilità in edicola. Ricordo ancora la prima cover di Galep che vidi: L'aquila e la folgore (Tex n. 207); rimasi subito colpito da Tex visto di spalle, nella classica posizione del duello, con un'inquadratura dal basso e con una prospettiva centrale che faceva intravedere in lontananza l'avversario: bellissima.
Acquistai subito l'albo (credo fosse una ristampa) e cominciai a sfogliarlo. Prima dei disegni di Galep c'erano quelli di Fernando Fusco; ma nemmeno li guardai. Ero attratto dal disegno di Galep, dalla sua pennellata morbida e dal modo di disegnare i cavalli. E soprattutto dal volto di Tex Willer, dai lineamenti quasi sensibili, molto simile a eroi come Gary Cooper o James Stewart.
Da quel giorno passai interi pomeriggi in una piccola libreria dell'usato a sfogliare tutti gli albi di Tex cercando unicamente quelli disegnati da Galep. Da La Mano Rossa, a Il segno di Cruzado, passando per Sangue Navaho, le storie con Mefisto ed El Muerto, la mia passione per Galep fu quasi pari a quella per Jacovitti. Grazie a questo grande maestro incominciai a copiare il disegno realistico: e fu un eccellente allenamento per imparare il disegno a fumetti.
Nel 1991 mi iscrissi alla Scuola Internazionale di Comics. Avevo sedici anni e mi trasferii a Roma.
Avevo da poco iniziato la scuola e arrivò la fine ottobre che, per tutti gli amanti di comics, significa una cosa sola: “Salone di Lucca”. I miei mi avrebbero raggiunto in camper a Roma e saremmo andati tutti insieme alla più bella fiera del fumetto (almeno lo era a quei tempi) italiano.
Era il 30 ottobre, eravamo a Lucca e io contemplavo qualche mio acquisto quando mio padre mi rivolse più o meno queste parole: “Lo sai con chi hai appuntamento domani?” e io non risposi perché la domanda mi sembrò alquanto strana. “Con Galep!” esclamò mio padre sorridendo. Guardai mia madre per sapere se era vero e la sua espressione lo confermò.
Ero a Lucca, sfogliavo i fumetti appena comprati, avevo sedici anni e stavo per incontrare Galep. Momenti indescrivibili. Almeno per un adolescente.

Acquerello dei quattro pards al galoppo.

Chiavari 31 ottobre 1991

Quando mi trovai di fronte al mitico Galep, quella mattina di ottobre, ebbi la stessa espressione attonita, frastornata, di quando incontrai Jacovitti per la prima volta. Era davvero incredibile. Ero nello studio di Aurelio Galleppini, il creatore grafico di Tex. Mi colpì molto il suo studio perché aveva un elemento in comune con quello di Magnus o di Jacovitti: la semplicità.
Ed è questo l'aggettivo con cui potrei descrivere quell'uomo di settantaquattro anni, dal volto dolce e onesto (proprio come il suo Tex), su cui si disegnava un sorriso rassicurante: un grande maestro, geniale e allo stesso tempo umile.
Il suo studio sembrava un piccolo soggiorno adattato a bottega artistica: un vecchio divano e uno di quei tavoli tondi con le quattro sedie dove il maestro quel giorno posò un omaggio da noi donatogli. Lungo le pareti erano appesi alcuni manifesti e illustrazioni a colori di Tex. In prossimità della porta d'ingresso vi era un vecchio armadio e poco più in là una macchina fotocopiatrice. Accanto a quest'ultima un proiettore e poi, sempre appesi alle pareti, ancora altre illustrazioni, oltre a una serie di modelli in scala di armi, tutte da lui stesso minuziosamente ricostruite.
E poi il pezzo forte del suo studio, naturalmente: la sua postazione da lavoro. Un tavolo da disegno con, sulla destra di chi vi lavorava, una sorta di leggìo di cui Galep si serviva per sorreggere foto o materiale documentaristico, e a sinistra un piccolo televisore con videoregistratore che l'artista usava sempre a scopo documentaristico per il suo lavoro su Tex. E poi tutta una serie di pennelli (Windsor & Newton) e inchiostri di china fondamentali per la resa finale delle sue tavole.
Con mio stupore vidi due illustrazioni di Tex in grande formato che coprivano gran parte della superficie del tavolo. Appena accolti nel suo studio, Galep si sedette davanti al suo tavolo e pronuncio più o meno queste parole: “Sapendo del vostro arrivo, mi sono permesso di fare questi due disegni per Nedeljko...”. E credetemi potrei non aggiungere altro. Rendiamoci conto di una cosa: quest'uomo si era messo la sera prima (o forse si era alzato di buon'ora la mattina stessa) a realizzare due disegni per un suo fan, non uno, due, di grande formato, prima a matita e poi inchiostrati. E credetemi, mi viene da ridere quando oggi alle fiere ci sono autori che fanno addirittura pagare i loro stessi fan per un disegno.

Galep mentre autografa uno dei due disegni regalatimi; ambedue le opere furono incorniciate con un passepartout ricavato da alcuni albi di Tex (foto a destra). Non me ne sono mai separato e tutt'oggi adornano la mia casa. Chiavari, 1991.

Quella mattinata fu un caleidoscopio d'emozioni, una dietro l'altra. Galep fu di una disponibilità davvero disarmante; mi autografò i miei libri cartonati di Tex e notando che me ne mancava uno (Tex e gli indiani) mi domandò: “Ma questo non ce l'hai?” E senza darmi il tempo di rispondere s'era già chinato e mi aveva preso una copia del libro che sembrava appena uscita dalla tipografia. Mi autografò il suo bellissimo libro autobiografico L'arte dell'avventura (splendido volume in cui Galep narra la sua vita professionale; un libro da avere assolutamente) e iniziammo a parlare di fumetti (com'era ovvio). L'argomento andò sul Texone che in quel momento era uno degli eventi più attesi dell'estate, soprattuto per la vasta gamma di super star del fumetto che era stata chiamata a collaborare: Victor de la Fuente, Josè Ortiz e soprattutto il grande Magnus. L'anno prima era uscito il Texone di Galep, Il segno del serpente (Speciale n. 3), mentre di qualche mese prima era l'uscita di quello realizzato da Sergio Zaniboni (Speciale n. 4), Piombo rovente. Proprio sfogliando quello di Zaniboni, Galep lamentò una certa piattezza nel disegno, spiegandomi come per lui era fondamentale dare volume alle figure e soprattutto cercare di creare una certa profondità di campo. E a proposito di profondità, prese il Texone realizzato da Alberto Giolitti (Speciale n. 2) Terra senza legge e mi fece notare come l'artista romano eccedesse nei dettagli in ogni singola vignetta tanto che a volte risultava confusa: “Questo” disse parlando di Giolitti “è un disegnatore formidabile, bravissimo, però spesso quando osservo la sua tavola la trovo molto confusa!”.
Non credo amasse particolarmente le nuove leve artistiche. Ad un tratto si alzò e prese un libro dalla sua libreria. Era un volume di Flash Gordon di Alex Raymond: “Questi si che erano disegnatori. Guarda che meraviglia...” esclamava Galep sfogliando le tavole raymondiane. E l'amore per il cartoonist americano si vedeva tutto nello stile di Galep. Ho sempre sostenuto che il maestro Galeppini non si è solo limitato a imitare lo stile di Raymond, come la maggior parte degli artisti del periodo del dopoguerra. Acquisendo la tecnica, Galep era riuscito a scomporla e a sintetizzarla meravigliosamente, rafforzandola con una personalità che avrebbe fatto scuola a diversi suoi colleghi; uno su tutti: Gallieno Ferri.

Due delle cover più belle di Tex realizzate da Galep.
A sinistra: fotocopia da una delle tavole originali di Tex e il segno di Cruzado.
Ma, soprattutto, Galep aveva un modo formidabile di disegnare i cavalli, le rocce, il mare in tempesta; lui il mare lo vedeva ogni giorno dalla sua Chiavari. Spesso lo riproduceva nelle belle tele che teneva esposte nel suo soggiorno e da esse si evinceva il suo straordinario talento d'osservatore e d'illustratore. E quello stesso talento illustrativo Galep lo mise spesso al servizio del suo eroe, Tex Willer; mi fece vedere una serie di manifesti e locandine sul famoso ranger da lui realizzate in occasione delle varie mostre tenutesi nel corso degli anni. Forse risulterà superfluo ormai dirvi che mi donò una copia per ogni locandina. Ma la straordinaria dote d'illustratore, Galep l'ha sempre sfoderata nella realizzazione delle mitiche copertine di Tex; tra le prime trecento si possono trovare autentici gioielli: la già citata l'Aquila e la folgore, ma anche La rivolta, Vigilantes, SuperTex, El Morisco, la splendida Il figlio di Mefisto, Il veliero maledetto, I due rivali, Il giudice Maddox, ecc...
Posso vantarmi di averle viste tutte, ma non sotto forma di albo stampato bensì tutti gli originali.
Vieni”, mi disse Galep, “Siediti qui e sfogliati tutti i disegni che ho fatto per le copertine. Delle tue preferite puoi farti le fotocopie!”. Che roba ragazzi; davanti ai miei occhi sfilavano tutte le cover del ranger più tosto della storia dei comics e vi posso garantire che il disegno originale non ha niente a che vedere con il risultato stampato: tutta un'altra storia. Ne scelsi una decina e le fotocopiai (ma fu veramente dura: le avrei fotocopiate tutte). Nel frattempo mio padre gli chiese se era disposto a vendere qualche sua tavola e lui rispose negativamente. “Guardi qui...” e aprì l'armadio vicino alla porta d'ingresso: completamente saturo delle sue tavole (o meglio strisce poiché quello era il formato da lui prediletto per disegnare), “Le ho tutte con me, non m'interessa darle via!” Però in compenso Galep mi fece scegliere alcune tavole tratte da Il segno di Cruzado che fotocopiai immediatamente.
Il bellissimo libro scritto da GalepL'arte dell'avventura.
In effetti è molto difficile trovare originali di Galep in vendita presso i vari mercanti d'arte; a tal proposito Sergio Bonelli mi diede un'ulteriore conferma durante una sua intervista concessami nel 2010: “Conservava tutti i suoi disegni tanto che è difficilissimo vederli in giro. Se ne trovi qualcuno in qualche fiera, vuol dire che l’hanno rubato direttamente a me oppure in tipografia”.
Un uomo davvero eccezionale Galep. Parlando di Tex ci disse come in realtà lui detenesse i diritti sul volto dell'eroe western in quanto creatore grafico del personaggio. Ci raccontò anche che fu lui a suggerire a Gianluigi o Tea Bonelli (non ricordo esattamente) di chiamare il personaggio Tex Willer e non Tex Killer come originariamente era previsto. A tal proposito sempre Sergio Bonelli mi disse: “È un mistero. Ci sono cose che si sono perse nella memoria. È come il logo di Tex. Mia madre dice che è stata lei a idearlo. Mio padre dice che è stato lui, che chi dice che è stato quell’altro…”
A proposito dei “Texoni”. Galep mi illustra il suo punto di vista. Chiavari, 1991.
Personalmente, avendo conosciuto Galep, e soprattutto la sua creatività, credo assolutamente alla sua versione dei fatti. Del resto il contributo del grande maestro a Tex fu pari a quello di Gian Luigi Bonelli.
Nonostante la sua età, Galep aveva un'aria gioviale: non ancora stanco, si sedette e armandosi di matita e pennello realizzò un disegno per la piccola collezione di mia madre: una serie di orologi di cartone pressato bianchi su cui ogni artista poteva realizzare il proprio disegno. Galep realizzò un primo piano di Tex, Carson e Tiger Jack; nel realizzarlo, il maestro lamentava le sue non buone condizioni fisiche; non riusciva a muovere correttamente il braccio destro e aveva problemi di vista che gli impedivano di far bene il proprio lavoro. E lui ne era perfettamente consapevole; e di questo potevamo renderci conto tutti guardando le ultime copertine di Tex, in cui si percepiva l'immane fatica provata da Galep nel realizzarle. Sul suo tavolo oltre ai disegni donatimi, c'era anche qualche tavola di quello che sarebbe stato il suo ultimo lavoro: Tex 400: “Per le storie speciali come questa, mi lasciano piena libertà creativa soprattutto nella composizione delle vignette...”. Una libertà creativa forse un po' negatagli dal suo personaggio simbolo Tex Willer; basterebbe guardare la produzione di Galep prima del ranger texano, per rendersi conto della sua versatilità e genialità creativa, nel fumetto realistico e umoristico, nell'illustrazione, nella pittura e perfino nel disegno animato (d'obbligo, in questo caso, la lettura del suo volume L'arte dell'avventura).
Prima di congedarci, Galep ci portò in una stanza dove ci stupì per l'ennesima volta: aprì un enorme pannello tenuto fisso sul muro da un gancio e davanti ai nostri occhi si materializzò uno splendido plastico ferroviario da lui interamente ricostruito con incredibile dovizia di particolari.
Una cosa davvero incredibile: cos'era capace di realizzare questo piccolo, grande e geniale uomo.
Ci salutammo con la promessa di rivederci. In viaggio, nel camper, parlai poco. La mia mente era piena di tutte le emozioni provate in quella splendida mattinata.

Galep alla prese con il suo splendido plastico ferroviario. Galep aveva la passione del modellismo: riproduceva sempre da se le armi, le diligenze, servendosene per le storie di Tex Willer. Chiavari, 1991.

Chiavari 28 giugno 1992

La promessa di rivederci fu mantenuta. Eravamo a Lavagna (se non erro è questo il nome del comune) ospiti di Ivo Milazzo, quando sia a me che a mio padre venne voglia di rivedere Galep; approfittammo quindi del fatto che anche Ivo doveva incontrarlo, per avere momentaneamente in prestito da Galep una cover di Ken Parker (KP n. 49, Rosso sangue) che lo stesso Milazzo tempo addietro aveva realizzato in omaggio a Galeppini.
Ed eccoci quindi, nella seconda metà del pomeriggio, nuovamente nello studio di Galep. Ci accolse sempre con lo stesso umore e la stessa espressione con cui ci aveva lasciato. Ci fece accomodare nel soggiorno della sua abitazione dove erano esposti in bella vista i suoi quadri.
L'altro giorno il mare era un po' agitato, le onde erano belle, quindi ho preso la tavolozza con i colori e ho buttato giù quello...” indicandoci un bel dipinto in cui predominavano le onde della costa ligure.
Passammo nel suo studio. Milazzo, in realtà, si era già congedato, dicendoci che sarebbe venuto a riprenderci dopo un paio d'ore.
Una volta seduto al suo tavolo di lavoro, Galep ci consegnò la cover di Ken Parker da portare a Ivo. Prima di darcela elogiò con grande sincerità l'arte di Milazzo: “... Che dire? È un artista magnifico, bravissimo, che con pochi segni riesce a realizzare un'illustrazione così bella...” (riferendosi alla cover) “... anche i colori sono splendidi...”. In effetti Galep aveva ragione: quella cover vista dal vivo aveva davvero qualcosa di magico.
Galep intanto si lamentava delle sue condizioni fisiche che non gli permettevano di far bene il suo lavoro: “Dovrei avere il coraggio di fare come quello scrittore, Hamingway...” e prendendo una delle sue pistole modello da lui costruita se la puntò alla tempia tipo roulette russa. “PAM! Un colpo e via...”. Rimasi basito ma lui lo disse con tale ironia e tranquillità che sembrava quasi una cosa naturale. Il grande maestro era consapevole che i suoi ultimi disegni non erano all'altezza dei suoi capolavori degli anni '60 e '70 e per un artista, credetemi, non c'è niente di peggio.
Galep mi regalò il suo libro L'arte dell'avventura (lo avevo già ma regalato dal maestro era tutta un'altra storia) che impreziosì con una splendida dedica e poi decise d'illustrarmi il suo metodo di lavoro.
Prese la fotocopia di una sua tavola (Il segno di Cruzado) e la posò su un tavolo illuminato artigianale da lui realizzato: un pannello di vetro tenuto da due sostegni a mo' di cavalletto. Prese una delle sue lampade che illuminavano il suo tavolo da lavoro e la posizionò sotto il vetro, creando così un perfetto tavolo luminoso. Quindi con la matita ricalcò un Tex a cavallo.
Una volta finito prese un pennarello e incomincio a inchiostrare: “Questi pennarelli sono magnifici per fare il tratto uniforme...E anche questi pennelli sintetici...” (quelli messi in commercio alla fine degli anni '80 dalla Staedtler) “...sono fantastici, se solo gli avessimo avuti vent'anni fa...” e incominciò a dare le tipiche pennellate con una tale rapidità che non feci in tempo neanche ad accorgermene. Si lamentava sempre che non riusciva a roteare bene il braccio e quindi ripeteva il gesto della pistola alla tempia con mio padre che ribatteva di non pensare neanche a una cosa del genere.
Ma Galep, nonostante le sue condizioni di salute continuava a stupirmi ed emozionarmi. Lui stesso quando parlava lo faceva con la stessa giovialità di un bambino. Nel frattempo mio padre ci scattava qualche foto per immortalare questi momenti e lui all'improvviso si alzò, aprì un armadio e prese una macchina fotografica (una polaroid) e porgendomela mi disse: “Ora fammi tu una foto.” Una volta scattata e uscita lui la prese e me la autografò e poi mi disse di mettermi accanto a mio padre: “Adesso anch'io vi faccio una foto!”. E una volta fatta, pretese di tenerla per se e che la firmassimo entrambi come ricordo di questa bellissima giornata.
Ivo Milazzo passò a prenderci. Salutammo Galep che ci disse: “Quando volete venire a trovarmi....” Sempre con quel suo bel sorriso dolce e gentile.

La dedica che leggete fu scritta da Galep sul retro di questa foto il 18 novembre del 1991. Una volta sviluppate tutte le foto (niente digitale e niente pc al tempo...) realizzammo un ingrandimento di questa in particolare e la inviammo al grande maestro che dimostrò la sua generosità per l'ennesima volta, dedicandomi queste bellissime parole. Chiavari, 1991.

Epilogo

Lecce 10 Marzo 2004

Di lì a poco sarei partito per il servizio di leva. La notizia della morte di Galep la apprendemmo da un telegiornale.
Alla tristezza si mischiava la gioia per aver avuto la fortuna di conoscere quest'uomo meraviglioso, artista creativo e geniale come pochi nel nostro panorama fumettistico.
Ma in me c'era anche il rimpianto di non essere ritornato una terza volta a passare nuovamente con lui un ennesimo, memorabile momento.
Ma il 1992 fu un anno fondamentale della mia vita: dopo circa quattro mesi dall'ultima visita ad Aurelio Galleppini, incontrai il mio idolo di sempre, Jacovitti e con lui diedi inizio una collaborazione lunga cinque anni.
Ma Galep è uno di quegli artisti che porterò sempre nel cuore. I suoi due disegni da lui dedicatimi sono sempre in bella vista nella mia casa e mi hanno sempre seguito in oltre vent'anni.
Dopo la morte di Galep, Tex non fu più lo stesso. È come quando qualcosa si perde per sempre e non si può più recuperare. Senza nulla togliere allo staff odierno di artisti che realizzano le avventure del noto ranger, Galep aveva una marcia in più rispetto a tutti. Tecnicamente forse ce ne sono di migliori ma nessuno è mai riuscito a rendere un paesaggio così selvaggio, o una galoppata a cavallo così vera; nessuno è più riuscito a dare quella bella 'rocciosità' al Canyon o quell'effetto tenebroso al mare in tempesta; nessuno è più riuscito a disegnare le ghost town con lo stesso senso di desolazione così com'era capace di farlo Aurelio Galleppini in arte Galep.
Un artista unico e imprescindibile.

Galep e il sottoscritto nel nostro ultimo incontro.  Chiavari, estate 1992.